L’arte pasticcera dei conventi

Il sapiente utilizzo dei prodotti del territorio e di poche attrezzature, e un’organizzazione che coinvolgeva un gran numero di anziane, novizie, educande e converse, erano alla base del duro lavoro dei laboratori di pasticceria conventuale, presenti diffusamente nell’intera Sicilia, se ne contavano ben ventuno nella sola Palermo del settecento. Del resto la rigida regola del maggiorascato, che assegnava ai maschi cadetti delle famiglie nobiliari destini militari o di chiesa non dava alternative alle figlie minori, relegate a divenire monache di clausura.  Ognuno di questi conventi deteneva il prezioso tesoro di un ricettario, conosciuto e trasmesso oralmente all’interno delle mura del Convento, per realizzare dolci su ordinazione di  famiglie nobiliari e delle alte gerarchie della Chiesa.
E il mondo all’esterno restava ammirato dalla sapienza di queste dolcezze licenziose, ordinate attraverso le grate, ritirate attraverso le ruote e poi spesso presenti in pranzi o cene sfarzose. Una pasticceria sublime realizzata dalle “nobili signore”, che nella creatività della ricetta e nell’estetica della preparazione trovavano uno spazio di libertà dalle rigide regole del convento.

Le suore della Badia Grande dello Spirito Santo di Agrigento erano molto apprezzate per la confezione di un prelibato dolce pasquale, le  conchiglie di pasta di mandorle ripiena di pistacchio e per il couscous dolce, straordinaria creazione che reinterpretava il tradizionale couscous di pesce o carne unendo alla semola, incocciata ad arte, il pistacchio, mandorle, zucchero, cioccolato, frutta candita e cannella.

Poco più lontano, verso l’interno, erano le suore di clausura del Monastero benedettino di Palma di Montechiaro, celebri per il delicatissimo mandorlato decantato da Tomasi di Lampedusa nel Gattopardo. Un biscotto riccio confezionato con un impasto di mandorle crude, rigorosamente della qualità Girgenti Palma, unite a zucchero, chiare d’uovo, scorza di limone e cannella.

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