10 mostre da visitare in giro per la Sicilia. SETTEMBRE 2019

Il Ritratto del Novecento. Capolavori dai Musei Civici di Milano
> Trapani > Museo regionale “Agostino Pepoli” > dal 10 agosto al 10 novembre 2019

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”Il Ritratto del Novecento. Capolavori dai Musei Civici di Milano”
La mostra nasce dalla collaborazione fra istituzioni e musei della Regione Siciliana e del Comune di Milano. Il tema del ritratto nella pittura e scultura del XX secolo attraversa diverse stagioni, in cui lo sguardo dell’artista sull’uomo diventa ora di analisi e scomposizione, ora di sintesi.
Gli undici capolavori provenienti dal Museo del Novecento e dalla GAM di Milano, segnano un itinerario tracciato da grandi personalità, che idealmente incontrano in Sicilia, quegli Antichi Maestri che, ben cinque secoli prima, nel Quattrocento, al tempo di Antonello da Messina , diedero la svolta in senso moderno al tema del ritratto. L’aura di artisti come Domenico Gagini e Francesco Laurana, interpreti innovatori in scultura del ritratto rinascimentale umanistico, ora di sintesi formale ora di analisi emotiva, dona suggestione alla mostra.
Il percorso tra i capolavori della ritrattistica nel Novecento prende il via alle soglie del Futurismo con un confronto tra due opere prefuturiste come il Ritratto di Nunzio Nasi del 1902 di Giacomo Balla, nella collezione del Museo Pepoli, e il malinconico Ritratto della madre del 1907 di Umberto Boccioni. Gli esordi futuristi di Mario Sironi, di cui è presente in mostra la Testa futurista del 1913 e le peculiari sperimentazioni di Amedeo Modigliani con il Ritratto di Béatrice Hastings del 1915, ci introducono al cuore della mostra: i ritratti ascrivibili al cosiddetto Ritorno all’ordine come: il Busto di ragazzo del 1921 di Arturo Martini, o ancora Autunno del 1935 di Giorgio de Chirico, o la celebre Margherita del 1936 di Antonio Donghi. Accanto a questi completano il panorama delle esperienze artistiche degli anni tra le due guerre l’intenso Autoritratto del 1940 di Fausto Pirandello e l’arcaicizzante Ritratto della Signora Sachs, sempre del 1940, di Corrado Cagli. Il percorso si conclude con l’Homme Assie del 1967, uno dei lavori della tarda maturità di Picasso, dove lontano dalle ricerche cubiste l’ormai anziano maestro di Malaga riesce a dare nuova vita e significato al genere del ritratto ideale.

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CONSAGRA. ARCHITETTURA
> Marsala> Convento del Carmine > dal 6 luglio e fino al 20 ottobre 2019

CONSAGRA. ARCHITETTURA

A Marsala omaggio all’architettura di Consagra, la scultura come “divertimento del vivere”Il riscatto delle città attraverso la libertà e l’immaginazione dell’arte

Convento del Carmine, dal 6 luglio al 20 ottobre 2019
Scultura e spazio urbano. Scultura e dimensione ambientale. Ma anche scultura come confine tra materia e tempo, come movimento e trasformazione delle cose che pervade anche l’architettura e la sua percezione logica e spaziale. Scultura come “divertimento del vivere”.
A distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione de “La città frontale”, volume in cui lo scultore Pietro Consagra – l’autore della monumentale “Stella”, icona di Gibellina e dell’utopica rinascita del Belìce nel segno dell’arte – espone ed articola la sua profonda riflessione teorica sull’architettura e sul suo personale e felice percorso di ricerca, il Convento del Carmine di Marsala dedica al maestro una grande mostra dal titolo “Consagra. Architettura”, in programma dal 6 luglio e fino al 20 ottobre 2019. A cura di Sergio Troisi, è realizzata in collaborazione con l’Archivio Pietro Consagra di Milano ed organizzata dall’Ente Mostra di Pittura “Città di Marsala”.

Una cinquantina le opere oggetto dell’allestimento e impaginate fra le sale dell’antico convento e alcune incursioni nel paesaggio: a cielo aperto, nella luce inflessibile del Sud e tra le essenze mediterranee dell’antico chiostro dei padri carmelitani. Selezionate dal curatore, sono il paradigma della poetica di Consagra (Mazara del Vallo 1920 – Milano 2005) e del legame dell’autore fra la propria scultura e l’architettura, enunciato proprio ne “La città frontale”, dove scrive: “Quando ho pensato ad una scultura, la città era presente come umore e come istigazione formale, come classe estetica e come creatura sensibile, come emozione politica e come sentimento”. Lo stesso Consagra che, per l’opera prospiciente il mare, in Piazza Mokarta a Mazara del Vallo (1964), introduce il tema del “confine conturbante fra materia e tempo” e quel concetto di “divertimento del vivere” che è quasi un manifesto programmatico della nuova imminente e florida fase creativa: la scoperta del colore, lo sciogliersi della forma, l’andamento curvilineo, la conquista della leggerezza dei cicli Piani Sospesi, dei Ferri trasparenti e dei Giardini.
Spiega il curatore, Sergio Troisi: “Proporremo i modelli, i colorati progetti di facciate, la serie delle “Porte del Cremlino” e un nucleo di dipinti, ordinati in un percorso che vuole evidenziare come, nella visione dell’architettura, confluiscano alcuni temi centrali della ricerca di Consagra, quali il colore e la trasparenza, indagati durante gli anni Sessanta anche con i “Piani appesi” in faesite e le “Sottilissime” in acciaio”.
E non è casuale la scelta di allestire a Marsala una mostra dedicata a questo aspetto dell’opera di Consagra. “E’ qui, infatti, nella provincia di Trapani – continua Troisi – che l’artista ebbe modo di elaborare in forma compiuta i suoi progetti: con le architetture di Gibellina – il “Meeting”, il cui restauro è in fase conclusiva, il Teatro rimasto incompiuto e la grande Stella divenuta simbolo del Belìce (presenti i modelli) – e per Mazara del Vallo, la sua città natale, con il progetto di facciata per il Palazzo del Comune con cui voleva rimediare allo scempio edilizio che dagli anni Settanta oltraggia una delle più belle piazze siciliane. L’interesse di Consagra per l’architettura, cui ha dedicato numerosi scritti e interventi, muove infatti da una posizione innanzitutto morale: riscattare, attraverso la libertà e l’immaginazione dell’arte, la città da quel destino di puro strumento economico a cui le pratiche urbanistiche del dopoguerra l’hanno consegnata”. Alla mostra è dedicato un catalogo (Edizioni Caracol, Palermo).

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Architetture barocche in argento e corallo
> Catania > Castello Ursino > dal 20 luglio al 20 ottobre 2019

Architetture barocche in argento e corallo

La Sicilia sarà, dal 20 luglio al 20 ottobre, la sede espositiva di ventisette capolavori in argento, corallo e filato d’oro realizzati, tra il 1650 e il 1772, nei laboratori artistici dell’Isola da maestranze trapanesi e messinesi. La mostra, organizzata dalla Regione Siciliana, verrà ospitata nel Castello Ursino di Catania.

Il “paliotto”, protagonista dell’esposizione, per la sua collocazione all’interno dello spazio scenografico della chiesa, trova nella lunga storia degli arredi sacri molteplici versioni interpretative di tecniche artistiche, materiali e soluzioni decorative e si distingue per le precise soluzioni determinate dallo schema compositivo e dal materiale impiegato. Tra gli esemplari più suggestivi vi sono quelli interamente realizzati in argento e quelli mobili con supporto tessile ricamato in cui i principali materiali usati sono l’oro e l’argento, per i filati, i fili di seta policroma, ma anche le perle, le gemme, tra le quali il corallo, al quale fin dall’antichità si sono attribuiti significati e proprietà che lo hanno legato al sacro. L’esposizione è stata ideata da Rosalba Panvini e Salvatore Rizzo, Curatore anche della ristampa del catalogo che accompagnerà il percorso museale.

Tra il Seicento e il Settecento, durante l’affermazione dello stile Barocco, in Sicilia, il paliotto costituì il fulcro costante degli apparati decorativi della chiesa e soprattutto particolari sono quelli a soggetto architettonico in cui l’iconografia che li caratterizza è incentrata sulla rappresentazione di elementi di vario genere quali il portico, il belvedere, il prospetto dei palazzi, il pergolato che sorge nei rigogliosi giardini o spazi urbani, le vedute naturalistiche sempre in prospettive centrali. L’opulenza del manufatto, i temi trattati e i colori usati diventarono anche il mezzo per comunicare ai fedeli attraverso la bellezza la grandezza di Dio, ma anche strumento per celebrare il potere terreno della Chiesa.

 

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Pyongyang Rhapsody
> Catania > Vecchia Dogana > dal 25 maggio al 24 settembre 2019

MAX PAPESCHI, Verily Verily, I say unto you...

Pyongyang Rhapsody” è la narrazione in forma di parodia, con immagini che appartengono al campionario della cultura occidentale, dello storico primo vertice tra il presidente USA, Donald Trump, e il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. Un summit dal considerevole spessore politico e diplomatico – avvenuto il 12 giugno del 2018 – con cui i due leader hanno sancito pubblicamente e davanti agli occhi del pianeta la “pax” fra le due potenze mondiali, impegnate fino a qualche mese prima a frequenti scaramucce e minacce.

L’episodio, e tutta la sua liturgia di cerimonie, protocolli e strette di mano fra i due capi di stato, ha stimolato una divertente riflessione da parte dei due artisti: Papeschi, peraltro, non è nuovo a questo genere di operazioni avendo lavorato al progetto Welcome to North Korea (realizzato in collaborazione con Amnesty International) elaborando una fittizia e parodistica propaganda di regime per svelare gli orrori perpetuati da Kim Jong Un.

L’incontro con Max Ferrigno dà vita a questa “Pyongyang Rhapsody”, dialogo spassoso e grottesco, gioco di specchi tra due autorevoli personaggi che l’impaginazione simmetrica della mostra, ieri nei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, oggi nella galleria della Vecchia Dogana, visualizza in forma di botta e risposta. Un divertente crescendo di immagini iconiche che culmina nelle due gigantografie fronteggianti pescate da Papeschi dall’antologia visiva del Rinascimento: da un lato Trump, sostituito a Gesù nella celeberrima Ultima Cena di Leonardo e che sembra fare i conti con l’imprevista solitudine di una lunga tavola abbandonata dai commensali; dall’altro Kim al centro della conchiglia nella Nascita di Venere di Botticelli, circondato da cloni di Dennis Rodman, giocatore di basket del quale è fan sfegatato.

Dal canto suo, Ferrigno, fedele all’estetica pop, rilegge le bandiere della Nord Corea trasformando il simbolo del paese asiatico in sex toys, mentre due pin-up/soldato – due è numero ricorrente in Pyongyang Rhapsody – fuoriuscite dalla perfezione formale di un manga o di un anime, salutano e ipnotizzano il pubblico ammiccando e alludendo, chissà, a un fantomatico golpe di donne perverse e dominatrici: primo passo verso un ipotetico regime da PinkPower.

“Da quella storica data 12 giugno 2018 – scrive la curatrice Di Trapani – Papeschi e Ferrigno si ritrovano oggi su un terreno ghiotto e altamente intrigante, in cui due sistemi, arte e politica, si elidono e sorreggono simultaneamente; risultando analoghi e speculari per funzionamento e peculiarità interne. Un terreno comune, quello della neo pop, attraversata parallelamente, dove il punto di equilibrio tra le due ricerche è soddisfatto in una relazione dialogica che esalta le sfaccettature e le diversità della stessa storia e che attraverso l’immagine innesta una nuova condizione. Mentre Papeschi ha un approccio da “Truman Show” dove il dato pubblicitario e divulgativo è alla base, Ferrigno racconta il retroscena del “Truman Show”. Due ricerche che hanno riconosciuto e assorbito la lezione di Warhol, profeta della trasformazione del costume e di ciò che il mondo dell’arte sarebbe diventato negli anni 2000, riconoscendo quindi al linguaggio commerciale la responsabilità di aver plasmato il concetto di collezionismo, scardinandone i canoni estetici e il concetto di consumo e unicità”. “Pyongyang Rhapsody”, prodotta a Catania da Asmundo di Gisira e Fondazione Jobs, è sostenuta dagli sponsor Bottega Frigeri, Antiques fuori le mura, Red Bull, Moak, Senturi e Hotaly.

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Leonardo. La macchina dell’immaginazione
> Palermo > GAM Galleria d’arte Moderna > dal 17 settembre 2019 al 26 gennaio 2020

leonardo gam palermo
Per celebrare i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, dal 17 settembre 2019 al 26 gennaio 2020, la Galleria d’arte moderna di Palermo ospitala mostra Leonardo. La macchina dell’immaginazione, un’esposizione multimediale a cura di Treccani, progettata e messa in scena da Studio Azzurro.
Il percorso è scandito da sette videoinstallazioni, di cui cinque interattive, che coinvolgono lo spettatore in un racconto di immagini e suoni che, a partire dal multiforme lascito di Leonardo, ci “parlano” tanto del suo, quanto del nostro tempo. Le grandi macchine scenografiche, la cui struttura è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, corrispondono ad altrettante sezioni: Le Osservazioni sulla natura; La città; Il paesaggio; Le Macchine di pace; Le Macchine di guerra; Il Tavolo anatomico; La pittura.
Studio Azzurro ha pensato a uno spazio che immerga i visitatori nel mondo dell’immaginazione di Leonardo. Un mondo di macchine talvolta trasparenti come i suoi orizzonti, talvolta opache come la carta dei fogli di appunti. L’esperienza del visitatore passa dall’osservazione alla partecipazione, muovendosi tra forme che richiamano il rigore geometrico dei solidi platonici di Luca Pacioli e si rimodulano in strumenti utili. Questo mondo di macchine trasformate in dispositivi narrativi, di giganteschi fogli di appunti in attesa di essere risvegliati, accoglie il visitatore in una penombra da cui spiccano i colori del legno, della tela e della carta. L’interazione avviene con sistemi diversi: la modulazione della luce e della voce sono gli strumenti privilegiati. In quattro sezioni, infatti, il visitatore può scegliere alcune parole-chiave tratte dal lessico vinciano, che, una volta pronunciate, danno vita alle narrazioni video, in cui i disegni di Leonardo sono affiancati, percorsi o rivisitati da filmati talora iperrealistici, talora quasi astratti.
Prima sezione > LE OSSERVAZIONI SULLA NATURA Il lavorio inesausto di appunti visivi e verbali di Leonardo rappresenta perfettamente l’“epoca dell’occhio”, l’epoca della prospettiva che si fa “forma simbolica” oltre la stretta cerchia degli intellettuali. Il lavoro dell’occhio umano sul mondo è alla base di questo atteggiamento che prenderà una forma più definita nei decenni successivi. Attraverso lo studio del reale, Leonardo riesce a forzare quello strumento prospettico appreso nelle botteghe fiorentine allo stesso modo in cui forza il sapere tradizionale consolidato dai tempi di Aristotele, fino a far implodere l’idea di ordine universale su cui si posava ogni forma di pensiero. Un uomo che guarda, un piano di lavoro per disegnare, un rettangolo quadrettato davanti al suo sguardo. L’installazione ripropone la situazione ideale di un osservatore che analizza i minimi eventi naturali e cerca le corrispondenze con un ideale geometrico di armonia e di restituzione prospettica. Il visitatore si affaccia al prospettografo e assiste al passaggio dalla visione naturale alla restituzione nel disegno, fino alla rappresentazione ideale in riferimento alla geometria nascosta nelle cose.
Seconda sezione > LA CITTÀ I progetti di Leonardo per le città e il suo interesse per la stesura delle loro mappe rivelano un’attitudine urbanistica. Il suo sguardo “largo” tiene in considerazione le dinamiche della società e le esigenze quotidiane di una comunità complessa. Come per ogni altro oggetto di indagine, la sua visione si muove tra la considerazione dell’insieme e l’attenzione per il dettaglio. Immagina per la prima volta di vedere e rappresentare le città dall’alto. Immagina città con un impianto urbano funzionale alle attività delle varie classi sociali e alle necessità igieniche. Studia le vie di terra e il vitale rapporto con le vie d’acqua, da sfruttare abilmente con grandi progetti di deviazione dei corsi dei fiumi. Osservando la città, ne studia anche gli abitanti, annota le loro abitudini di vita, le mode, i riti. Nell’istallazione, sono infatti le silhouette degli uomini e dei loro strumenti a raccontare le azioni generate dai disegni e dalle parole di Leonardo. Le immagini si depositano su due grandi schermi laterali della struttura che richiama una sorta di gru da cantiere, capace di spostare grandi pesi in modo rapido ed economico, con minore sforzo dell’uomo. Due leggii mostrano una collezione di parole che Leonardo utilizzò nei suoi progetti di architettura e urbanistica. Pronunciando una di queste parole si risveglia la narrazione video corrispondente. Le parole sui due leggi sono le stesse, ma i video a esse associati raccontano storie differenti.
Terza sezione > IL PAESAGGIO I mutamenti della luce naturale, i suoi effetti sui corpi e sulla percezione atmosferica sono stati per Leonardo oggetto di lunghe osservazioni e di altrettante pagine di annotazioni, soprattutto in funzione della loro miglior resa pittorica. Nel Libro di Pittura si rivolge al suo lettore chiamandolo «fintore» – così si chiamavano i pittori e gli scultori – dandogli precise istruzioni su come rappresentare ogni elemento naturale, prospettico e umano. Leonardo in realtà educa lo sguardo del pittore a soffermarsi sui più minuti dettagli e a cercare le cause di ogni percezione per meglio “fingere” la realtà con gli strumenti del disegno e della pittura. D’altra parte arriva a immaginare un modo di rappresentare il mondo e quasi a inventare il “paesaggio” benché ancora non lo chiamasse in questo modo, con le vedute “a volo d’uccello”. Tre proiezioni, due laterali e una in alto, avvolgono i visitatori. Pronunciando le parole scritte sui leggii, che corrispondono ad alcuni degli aspetti più indagati dalla curiosità e dall’inventiva di Leonardo, si presentano lateralmente due disegni originali e in alto un cielo. L’osservazione dei disegni li rende vivi, generativi. Dai tratti a matita nascono «flussi e reflussi», «venti revertiginosi», nebbie, scenari vicini e panorami lontani.
Quarta sezione > LE MACCHINE DI PACE Pulegge, catene, ruote dentate, ruota a tazze, viti di Archimede, viti senza fine, viti aeree, inclinometri, igroscopi, anemometri, seghe idrauliche, ventilatori. Studi per «modo di sollevare l’acqua in due tempi», per imbarcazioni a pale, per portelli di chiusa, progetti per il canale Firenze-mare, per lo scavo di Serravalle, disegni di macchine escavatrici, di draghe, vortici e canali. Studi per l’equilibrio, per il bilanciamento, per ali di aliante, per ala snodabile, per ala articolata, per ala a sportelli; studi per ornitottero, verticale, prono, a navicella. Studi per il «modo di camminare sull’acqua», per modi di respirare sott’acqua, guanti palmati, salvagente, scafandro. Non son tutte invenzioni di Leonardo, talvolta sono perfezionamenti di macchine esistenti, studi per migliorie, in altri casi, come per il volo e il «camminare sull’acqua» sembrano sogni che, confidando nella scienza e nello studio della natura, è convinto di poter realizzare. Pronunciando una delle parole esposte nel leggio i disegni nei due schermi rivelano particolari di macchine a cui si accostano reali meccanismi del nostro tempo.
Quinta sezione > LE MACCHINE DA GUERRA Nella lettera a Lodovico il Moro in cui Leonardo si presenta per essere accolto a Milano, una eloquente lista esibisce in larga maggioranza competenze nell’arte di «offendere e difendere», in particolare nella capacità di progettare «instrumenti bellici» come ponti «facili e commodi da levare et ponere», «ghatti» (arieti), «bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme» «briccole, manghani, trabuchi», «carri coperti, securi e inoffensibili». Ciononostante, le considerazioni scritte da Leonardo sulla guerra rivelano ben altro pensiero. «Pazzia bestialissima» la definisce, studiando armi e strumenti dei contemporanei ma anche degli antichi. Le istruzioni per dipingere scene di battaglia nel Libro di pittura sono efficaci quanto una testimonianza, e il modo in cui racconta i volti, le espressioni, i gesti degli uomini impegnati a uccidersi tra loro manifestano il suo giudizio sull’assoluto abbruttimento a cui essa conduce. La macchina dell’installazione è una sorta di bilanciere in stasi, con due grandi schermi. Pronunciando la parola scelta dal leggio, sullo schermo frontale appare un disegno, uno studio di un carro, di una bombarda, di un gruppo di uomini in battaglia, a terra appare un pavimento materico: sabbia, acqua, foglie… dopo qualche istante dai tratti del disegno si staccano figure umane, frecce, bandiere e dal pavimento emergono frammenti di una battaglia.
Sesta sezione > IL TAVOLO ANATOMICO Ai tempi di Leonardo si chiama «notomia». L’analisi geometrica, figlia diretta dell’uomo vitruviano, non gli basta, così sprofonda il suo sguardo nelle viscere del corpo umano, come fosse il dispositivo più affascinante che si potesse studiare: «sì bellostrumento» con «tanta varietà di macchinamenti». Cerca le cause di ogni evento fisiologico, elenca instancabili liste di argomenti da indagare. Descrive minutamente la meccanica dei movimenti, osserva e rappresenta il cranio come fosse un elemento architettonico, il tiburio di una cattedrale, immagina le funzioni di ipotetiche aree del cervello, osserva il chiasma ottico, disegna il sistema nervoso come un albero di sottili filamenti. Sempre sulla soglia del sogno di una conoscenza esatta, alla fine di una lunga lista, annota: «Scriverai di filosomia». Su un tavolo di otto metri sono posati dei gessi che riproducono elementi del corpo umano, maschile e femminile. Sospese sul tavolo alcune piccole torce. Direzionando la loro luce su un gesso, si avvia il racconto video relativo a quella porzione di corpo. Dal corpo dell’uomo, scorticato, si genera l’indagine sotto la pelle, tra muscolatura, scheletro e funzioni vitali. Il corpo della donna è invece un corpo classico, da cui nascono i gesti, le espressioni e il racconto della facoltà di portare in sé una nuova vita.
Settimana sezione > LA PITTURA La pittura per Leonardo è una scienza, nell’accezione di scienza a lui contemporanea. Nel suo Libro di pittura, più di 900 paragrafi di varie lunghezze sono dedicati alla sua teoria e alla sua pratica e nel tradizionale “paragone delle arti” vince su tutte. La sua attenzione a restituire in pittura i valori percettivi delle cose ha dato avvio a un modo diverso di “fingere” le figure e gli scenari: ogni contorno sfuma in un’altra parte del dipinto, c’è profondità di piani nello spazio, ma senza quasi distinzione dei limiti dei soggetti… come se il mondo fosse immerso in un liquido amniotico. Nell’installazione un grande monitor presenta una decina di dipinti di Leonardo. Il lavoro sulla illuminazione dei soggetti e sulla graduale apparizione dello sfondo fa vibrare il quadro di una vita inattesa. Gli scenari si susseguono all’orizzonte, passando uno nell’altro fino a ricomporre lo sfondo dell’opera originale. Anziché forzare i suoi scenari per farli corrispondere a un luogo, ci si affaccia alla memoria e alla immaginazione di Leonardo che dipinge ricordando le centinaia di scenari che ha a lungo scandagliato nelle sue osservazioni. «Il buon pittore ha da dipingere due cose principali: l’uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun’altra sorte di uomini».
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Frida Kahlo – I colori dell’anima
> Palermo > Palazzo Zingone – Trabia > dal 7 giugno al 29 settembre 2019

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La mostra dedicata a Frida Kahlo “I colori dell’anima”, con sessanta scatti tra  bianco-nero e colore degli anni Quaranta del celebre fotografo colombiano Leo Matiz, ha un allestimento sobrio che invoglia alla riflessione, agevolando il fruitore ad estrarre dal corpo delle opere il significato, così da averne oltre al godimento visivo anche quello dell’anima.

Le fotografie in mostra raccontano come gli occhi di Leo Matiz, incarnati dall’obiettivo della sua macchina fotografica,abbiano osservato Frida Kahlo e siano rilevatori anche i legami, visibili e non. Le immagini esposte sono capaci di attraversare il tempo e spazio ed evocare, agli occhi di chi osserva, un’intricata trama di relazioni amicali, intellettuali, sentimentali e artistiche, che hanno segnato le vite di molteplici individui che hanno gravitato intorno la figura della pittrice messicana e della sua casa di Azul di Coyoacàn.
Gli occhi fieri e profondi dei ritratti di Frida ormai più che trentenne, in un momento  della sua vita in cui ha maturato una piena fiducia in se stessa: è una pittrice di fama, è diventata indipendente sia dal punto di vista economico sia da quello sentimentale dal marito.
Matiz ritrae in spazi di quotidianità: il quartiere, la casa e il giardino, lo studio. Lo scatto, infatti, descrive a chi osserva un contorno nitido e ricco di elementi da cui cogliere continue suggestioni, per delineare il personaggio che è il centro creativo del ritratto.

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Soggetto nomade. Identità femminile attraverso gli scatti di cinque fotografe italiane. 1965-1985
> Centro Internazionale di Fotografia > Palermo > dal 22 giugno al 22 settembre 2019

Soggetto nomade
Soggetto nomade raccoglie per la prima volta in una mostra gli scatti di cinque fotografe italiane realizzati tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, restituendo da angolazioni diverse il modo in cui la soggettività femminile è vissuta, rappresentata, interpretata in un periodo di grande cambiamento sociale per l’Italia.

Anni di transizione dalla radicalità politica all’edonismo, anni di piombo ma anche anni di grande partecipazione e conquiste civili, dovute principalmente proprio alle donne, e alle battaglie femministe.

Una riflessione sull’identità e sulla sua rappresentazione che prende le mosse dagli straordinari ritratti dei travestiti di Genova di Lisetta Carmi (Genova, 1924), dove la femminilità è un’aspirazione, e si declina attraverso le immagini di attrici, scrittrici e artiste di Elisabetta Catalano (Roma, 1941-2015), gli scatti sul movimento femminista di Paola Agosti (Torino, 1947), le donne e le bambine di una Sicilia sfigurata dalla mafia di Letizia Battaglia (Palermo, 1935) e infine gli uomini che per un giorno assumono l’identità femminile nel carnevale di piccoli centri della Campania esplorati da Marialba Russo (Napoli, 1947).

In Italia il pieno accesso di fotoreporter, fotografe e artiste all’interno del sistema dell’arte e del foto-giornalismo ha avuto inizio a partire dagli anni Sessanta, in concomitanza con i cambiamenti socio-politici e con le molteplici istanze sollevate dal femminismo. Pur appartenenti a generazioni diverse ognuna delle fotografe in mostra si è confrontata con le trasformazioni sociali in atto nella società italiana, originando riflessioni personalissime sull’immagine della donna e più propriamente dell’identità femminile e sui suoi sconfinamenti, sul senso dell’alterità attraverso una sensibilità che ha fatto proprio il pensiero della differenza.

Il medium fotografico diviene in questi anni strumento per eccellenza per rappresentare una nuova centralità attribuibile al corpo della donna e alle sue trasformazioni, alle esperienze personali e ai vissuti familiari, al rapporto tra memoria privata e storia collettiva. Le immagini in mostra condividono la rappresentazione di un vasto e non canonico universo femminile inteso in senso ampio, dove il corpo non è solo oggetto dello sguardo esterno, prevalentemente maschile, ma diviene soggetto agente, veicolo con cui esprimere valori altri, non standardizzati o eteronormati.

L’immagine del femminile è quindi al centro della mostra, un’immagine che viene amplificata, esposta e destrutturata, facendosi ora veicolo di valori non borghesi, ora rappresentazione vivida di un’interiorità che riesce a scardinare gli stereotipi.

In mostra una selezione di oltre cento scatti a documentare un periodo di circa vent’anni: una testimonianza dell’emergere di nuove e plurali urgenze espressive, che pur non assimilabili ad uno “specifico femminile”, offrono uno sguardo delle donne sulle donne e sulla loro identità.

Il titolo della mostra si riferisce alla seminale raccolta di saggi di Rosi Braidotti Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità (Donzelli, Roma 1995) in cui la filosofa tratteggia una nuova soggettività sessuata e molteplice, multiculturale e stratificata, come quella rappresentata negli scatti delle fotografe presentate in mostra.

La mostra, prodotta dal Centro Pecci e curata da Cristiana Perrella e Elena Magini, dal 22 giugno al 22 settembre 2019 sarà visitabile presso il Centro Internazionale di fotografia di Palermo, diretto da Letizia Battaglia.

 

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Ciclopica. Da Rodin a Giacometti
> Siracusa > ex Convento di San Francesco d’Assisi > dal 27 Marzo Al 30 Ottobre 2019

ciclopica

La mostra “Ciclopica: la grande scultura internazionale Da Rodin a Giacometti”, a cura di Vincenzo Sanfo, è una grande panoramica sul concetto di scultura, attraverso quasi due secoli. Infatti, partendo dalla fine dell’800 si arriva sino ai nostri giorni.

La partenza del percorso espositivo offre didatticamente, come anticipazione, le direzioni della scultura universale, con tre esempi che racchiudono le linee del percorso, il quale inizia con una testa di Buddha in pietra, del XVI secolo proveniente dalla Cina, una scultura ellenistica e un gruppo di antiche sculture africane utilizzate per maschere rituali. Questo, a simboleggiare le tre direzioni della cultura internazionale cioè Africa, Asia ed Europa e come segnale delle fonti di ispirazione della scultura internazionale.

Oltre però ad un percorso di tipo geografico, con artisti provenienti da ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, dal sud est asiatico all’Africa e dall’Europa al Canada e al Sud America, la mostra, ha tra le sue peculiarità, anche quello di rappresentare la varietà dei materiali utilizzati dagli artisti. Infatti, oltre ai tradizionali materiali, quali il Marmo e il Bronzo, vi saranno materiali inconsueti, come ad esempio la carta, la terracotta, il poliuretano, la plastica, la vetroresina e molti altri materiali, a significare la ricchezza dell’ispirazione artistica dell’arte contemporanea e delle innumerevoli possibilità che oggi sono offerte agli artisti del nostro tempo.

A questi aspetti didattici, si aggiunge l’elenco dei maestri presenti in mostra che è lunghissimo e comprende quasi tutti i grandi da Rodin, qui presente con un bozzetto dei “Borghesi di Calais”, proveniente dai musei francesi, sino a due straordinari capolavori di Alberto Giacometti, passando per Marino Marini, Mimmo Paladino, Arman, Pablo Picasso, Asger Jorn, Luigi Mainolfi, Henry Moore e molti, molti altri.

Sino ad opere di artisti, ingiustamente, caduti nell’oblio, come il capolavoro di Mario Giansone, scultore poco noto al grande pubblico, ma che vantava tra i suoi affezionati collezionisti, personalità come Umberto e Gianni Agnelli, che arredarono il palazzo della SAI con le sue opere. Personaggio singolare, rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia e la donazione di una sua opera a Peggy Guggenheim, che lo desiderava in collezione. A Siracusa sarà presente con un’opera capolavoro come “La Pietra dell’Amore”.

ARTISTI

Alberti Achille, Arienti Stefano, Arman, Arpesani Lina, Baj Enrico, Bergomi Giuseppe, Bertelli Renato, Bodini Floriano, Borghi Paolo, Cappello Carmelo, Capucci Roberto, Cascella Andrea, Ceroli Mario, Chen Wen Ling, Chia Sandro, Ciulla Girolamo, Colombara Pier Giorgio, Consagra Pietro, Cordero Riccardo, Cuschera Salvatore, D’Angelo Ferruccio, Delle Monache Paolo, Fazzini Pericle, Galliani Michelangelo, Garelli Franco, Giacometti Alberto, Giansone Mario, Gilardi Piero, Gribaudo Ezio, Guarienti Carlo, Guerresi Patrizia, Guerriero Alessandro e Biagetti Alberto, Jorn Asger, Leiva Nicolas, Liu Ruo Wang, Lodola Marco, Ma Han, Ma Yuan, Mainolfi Luigi, Man Ray, Manzù Giacomo, Maraniello Giuseppe, Marín Javier, Marini Marino, Martini Arturo, Mascherini Marcello, Mastroianni Umberto, Mc Elcheran William, Messina Francesco, Milani Umberto, Mitoraj Igor, Molaro Gianni, Moore Henry, Nagatani Kyoji, Okuyama Yoshio, Paladino Mimmo, Park Eun Sun, Pepper Beverly, Perez Augusto, Picasso Pablo, Pisani Vettor, Plumcake, Politano Franco, Pomodoro Arnaldo, Rabarama, Rodin Auguste, Romano Paola, Rotelli Marco Nereo, Santinello Anna, Sassu Aligi, Sebastián, Song Yong Ping, Spagnulo Giuseppe, Theimer Ivan, Ugo Antonio, Vangi Giuliano, Vélez Gustavo, Xu De Qi, Yishan, Zhang Hong Mei.

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Leonardo Da Vinci . I volti di un genio
> Catania > Palazzo Valle > dal 28 luglio al 24 novembre 2019

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Dal 28 luglio al 24 novembre i prestigiosi saloni del Palazzo Valle di Catania ospiteranno “Leonardo Da Vinci – I volti di un genio”. Installazioni audiovisive, ricostruzioni realistiche, applicazioni di realtà mista e aumentata, infografica, repliche dei manoscritti di Leonardo e sorprendenti applicazioni tecnologiche accompagneranno i visitatori alla scoperta del genio.

“La storia di Leonardo – scrive il curatore del progetto Christian Gálvez – è in realtà un’odissea, la tragedia di un uomo stanco di dipingere, famoso in Italia per non aver terminato le commissioni e respinto per il suo temperamento critico e investigativo. Una personalità complessa, una figura che non si inchina a nessun dogma e, allo stesso tempo, capace di andare contro i propri ideali in cerca di gratitudine e riconoscimento che non è mai arrivato.

Questa è la storia che voglio raccontare. So che non è facile staccare quella patina di genialità che abbiamo depositato sulla sua figura attraverso i secoli e, tuttavia, la sua figura di uomo mortale non smette di essere attraente e potente, di carne e di ossa, con successi ed errori, vittorie e fallimenti. Un uomo che visse e sopravvisse. Un uomo.

I volti del genio non cessano di essere un omaggio eterno ai suoi aspetti. Anche per i tratti che hanno reso Leonardo un individuo superiore o inferiore, ma sicuramente uno spirito speciale. Attraverso questa mostra vedrai che nell’universo leonardesco c’è sempre qualcosa di più di quello che vedono i nostri occhi”.

Il percorso espositivo è suddiviso in cinque aree tematiche.

Il Rinascimento di Leonardo
Questa aspirazione e il desiderio di conoscere l’aspetto di coloro che ammiriamo, ci guideranno, insieme alla musica del violinista Ara Malikian, a compiere un viaggio attraverso la vita e l’opera del genio, nascosto dietro i ritratti di coloro che lo hanno accompagnato. Quei volti fissi nel tempo ci permettono di sognare le sue virtù o miserie. È logico accogliere l’idea che mostrino il suo vero aspetto. Anche il dubbio.

Un’eredita universale
Francesco Melzi, responsabile della raccolta di migliaia di pagine annotate e schizzi lasciati da Leonardo alla sua morte, ci accompagna in un tour di Codici e manoscritti. Sono esposte alcune riproduzioni, insieme a ricostruzioni fisiche e virtuali di alcune delle invenzioni progettate dal maestro, molte delle quali sarebbero state reinventate secoli dopo.

L’ultima cena
L’ultima cena è una delle opere pittoriche più rilevanti della storia. I visitatori troveranno uno spazio dedicato esclusivamente al dipinto, con un’installazione audiovisiva la cui musica è stata selezionata da James Rhodes: sensibilità ed emozione per una stanza in cui scoprire la storia che genera la maestria di questa creazione.

Lo specchio dell’anima
In questo spazio suggestivo, i visitatori troveranno gran parte del lavoro di Leonardo sulle proporzioni dell’essere umano che ha finito per utilizzare in molte delle sue creazioni, inclusa la sua rappresentazione dell’Uomo vitruviano, accanto al vasto e meticoloso studio dell’anatomia che ha realizzato per scopi artistici e scientifici. Sul retro della sala, i visitatori potranno partecipare a un’installazione a realtà aumentata sorprendente.

Leonardo da Vinci: faccia a faccia
Nell’ultima stanza, Leonardo da Vinci ci aspetta. Chi era e chi non era. È possibile che centinaia di migliaia di persone abbiano immaginato la grandezza del suo genio nel volto di uno sconosciuto che altrimenti, senza quel significativo errore, sarebbe poco più che nessuno? I possibili volti di Leonardo ci accompagnano in questo spazio. Alla fine viene rivelata la Tavola Lucana.

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Il kouros ritrovato
> Catania > Museo Civico di Castello Ursino > dal 8 giugno al 3 novembre 2019

Il kouros ritrovato

Dall’8 giugno il torso del kouros di Lentini e la Testa Biscari, finalmente assemblati, sono in mostra a Catania nelle prestigiose sale del Museo Civico di Castello Ursino, seconda tappa dell’esposizione dopo l’inaugurazione palermitana.
L’iniziativa è promossa da Regione Siciliana, Comune di Catania – Assessorato alle attività e beni culturali, Fondazione Sicilia, in collaborazione con Associazione LapiS, Siqilliya srl. L’organizzazione e la promozione sono state affidate a Civita Sicilia.
La “Testa apollinea” rinvenuta nel Settecento da Ignazio Paternò Castello principe di Biscari e conservata oggi nel Museo di Castello Ursino, si ricongiunge con il torso di efebo acefalo acquisito nel 1904 da Paolo Orsi e conservato nel Museo Archeologico Regionale di Siracusa che porta il suo nome.
Il Kouros, statua greca con funzione funeraria o votiva, raffigurante un giovane, era molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo a.C.
Una nuova opera si aggiunge così alla statuaria della Sicilia greca: il Kouros di Leontinoi.
L’idea lanciata dal critico d’arte Vittorio Sgarbi e dal Sindaco di Catania, si è concretizzata grazie all’impegno dell’ex Assessore ai Beni Culturali della Regione Sebastiano Tusa che, con la Fondazione Sicilia, ne ha promosso l’intervento di restauro eseguito dalla ditta Siqilliya, presentandolo per la prima volta a Palermo nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte.
La seconda tappa espositiva del progetto, appositamente ideata da Civita Sicilia per la sede di Castello Ursino, prevede un arricchimento e una rilettura del kouros attraverso un allestimento dalle forti suggestioni e soluzioni illuminotecniche originali.
Il progetto di valorizzazione del Kouros, curato da Sebastiano Tusa prima della prematura scomparsa, ha mirato a restituirne l’integrità, risolvendo la querelle che da anni impegna la comunità scientifica in supposizioni e ipotesi sull’effettiva pertinenza dei due reperti a unica statua di età arcaica.
Imprescindibile presupposto per l’iniziativa di ricongiungimento sono state le indagini petrografiche e geochimiche promosse dall’Associazione LapiS (Lapidei Siciliani) già nel 2011, grazie alle quali si può affermare che entrambi gli elementi sono stati ricavati da uno stesso blocco di marmo, prelevato nell’isola greca di Paros.
Dopo l’esposizione di Palermo e Catania, l’opera, seguendo il filo della ricerca di Sebastiano Tusa che considerava il ricongiungimento un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico, continuerà a essere concepita come una realtà unitaria, non più come due distinti reperti conservati in musei diversi.
Il kouros ritrovato sarà successivamente trasferito al Museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa, dove un convegno internazionale concluderà l’evento.

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