10 mostre da visitare in giro per la Sicilia. GENNAIO 2020

Susan Meiselas – Intimate strangers
> Palermo > Centro Internazionale di fotografia > dal 14 dicembre 2019 al 16 febbraio 2020

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E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), fotografa tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse e (1992), Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Miselan le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967.

Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta.

Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’.

Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

La mostra (fino al s’inserisce nell’ambito della programmazione del Centro Internazionale di fotografia di Palermo dedicata ai grandi fotografi contemporanei in collaborazione con Magnum Photos, che ha già visto protagonisti Joseph Koudelka e Franco Zecchin.

Nata nel 1948 a Baltimora, Stati Uniti, Susan Meiselas è fotografa documentarista membro dell’Agenzia Magnum sin dal 1976. Vive e lavora a New York. L’importanza della sua fotografia viene notata con il lavoro nelle zone di conflitto dell’America Centrale (1978-1983). I suoi lavori e le sue opere sono spesso di lungo periodo: i soggetti coinvolti e presenti nelle opere, spaziano la gamma degli argomenti da lei affrontati, dalla guerra alle questioni dei diritti umani, dall’identità culturale all’industria del sesso. Suoi sono i lavori di Carnival Strippers (1976), Nicaragua (1981), Kurdistan: In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2001), Encounters with the Dani (2003), Prince Street Girls (2016) and A Room Of Their Own (2017).

Susan Meiselas è riconosciuta a livello internazionale soprattutto per i suoi lavori legati ai diritti umani in America Latina, tanto che le sue immagini sono presenti in mostre permanenti sia in America che in tutto il mondo. Nel 1992 viene premiata con il MacArthur Awardand, nel 2015 il Guggenheim Fellowship. Di recente è stata anche riconosciuta con il premio Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2019.

Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Palermo

INFO

Quando le statue sognano
> Palermo > Museo archeologico regionale Salinas > 29 novembre 2019 al 29 marzo 2020

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QUANDO LE STATUE SOGNANO
frammenti da un museo in transito

Gli artisti 108/Guido Bisagni, Alessandro Roma e Fabio Sandri,
con la partecipazione di Ferdinando Scianna,
in dialogo con spazi e depositi del Museo Archeologico Salinas,
con un intervento della fotografa Roselena Ramistella nella nuova Project Room

Un progetto espositivo a cura di Caterina Greco e Helga Marsala
29 novembre 2019 > 29 marzo 2020

MUSEO ARCHEOLOGICO SALINAS | PALERMO

Artisti contemporanei in dialogo con i reperti del Museo archeologico Salinas che apre un’area mai vista prima, in attesa del completamento del restauro. Ritorna in esposizione il famoso Ariete bronzeo, si mostrano per la prima volta le teste votive di Cales e altre opere conservate nei depositi; si ammira la Menade in una nuova collocazione scenografica, sotto lo straordinario soffitto seicentesco in legno dipinto, mai presentato prima. Le foto di Scianna del 1984, raccontano Borges ormai cieco che “sfiora” le sculture tentando di “leggerne” i contorni. Il segno grafico di Rub Kandy.

Dalle metope dei Templi di Selinunte – il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d’Occidente – alla Pietra di Palermo, reperto egizio della metà del II millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della collezione Bonci Casuccini all’Ariete in bronzo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose in Italia e nel mondo. Ma è anche un Museo che deve fare i conti con un complesso restauro che attualmente non consente la visita nella sua interezza. In attesa del riallestimento definitivo, ha preso corpo un progetto che permetterà di restituire al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno del tutto solo al termine dei lavori, in via di completamento.
Una vera riappropriazione dello spazio: il 28 novembre alle 19 si inaugura al Museo Archeologico Salinas la mostra in due capitoli Quando le statue sognano – curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e dal critico d’arte Helga Marsala – e si avvia una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo Frammenti di un museo in transito. Attraverso spazi dell’ex monastero dei Padri Filippini mai aperti prima, ambienti riportati alla luce, manufatti di epoca borbonica, opere finora conservate nei depositi. Un progetto del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, realizzato dal Salinas, con la collaborazione di CoopCulture.

Tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote del museo – il più antico della Sicilia – i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l’occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in stretto dialogo con i reperti archeologici.
Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l’attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall’apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, disvelamento, ricerca e comunicazione.
E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il Museo Salinas ha scelto di affidare a un artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell’arte pubblica e urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979, oggi vive a Roma), noto anche come Rub Kandy, ha ideato una campagna creativa per la promozione delle mostre: gli scatti fotografici, i manifesti, l’immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano, con la sua cifra personale, un’avventura concettuale e di stile, concepita come opera d’arte in progress.

Quando le statue sognano comincia, in questo primo appuntamento, con l’apertura straordinaria della sala ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi vicini, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca borbonica, parte della collezione museale. Il restauro terminato nel 2016 – che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini tra cui l’ambiente sopra l’ex refettorio su cui è visibile uno straordinario soffitto in legno dipinto, scoperto durante il restauro – insieme all’esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituisce dunque al pubblico un’area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del Salinas (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto, in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d’uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo. Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest’esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l’Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee.

GLI ARTISTI E LE OPERE
Il percorso si apre con una preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943), realizzati al Salinas nel 1984: ne è protagonista Jorge Luis Borges, anziano e già cieco – sarebbe scomparso due anni dopo -, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di “vederle” con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta – che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili – e i corpi marmorei ospitati nelle sale del museo: una muta conversazione, un ideale “reciproco ascolto”, di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un’invisibilità tramutata in visione interiore.
Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori, in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull’antica Roma e sull’eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo. In mostra sono inoltre già presenti due importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni – inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo da re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un’affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo.
Ed è proprio l’Ariete a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industrial e post-graffiti. Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato al concetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell’animale, l’evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L’ariete (2019) è invece il suo primo libro d’artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l’artista, a un moderno rituale misterico.
Completano il corpus quattro tracce sonore – Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) – che realizzano un soundscape (paesaggio sonoro) chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings (registrazioni sul campo) realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, all’interno di una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici. In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vegetali in mutazione: un’idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e feroci rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell’artista, un riflesso materiale e allucinato.
Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all’alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il ‘500 e gli anni ‘50 del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile, l’immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente, ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l’artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta fotosensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto. L’immagine risultante è un’impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l’apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione.
Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d’epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l’ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

INFO

LUX VERA Ori e Argenti liturgici a Geraci e Castelbuono nei secoli XIV – XVIII
> Castelbuono > Museo Civico > dal 20 luglio 2019 al 26 gennaio 2020

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“LUX VERA – Ori e argenti liturgici a Geraci e Castelbuono nei secoli XIV – XVIII” a cura di Angela Sottile e Francesco Sapuppo (20 luglio 2019 – 26 gennaio 2020).

Così la curatrice Angela Sottile scrive sulla mostra: “Il territorio delle Madonie è caratterizzato da mirabili bellezze naturalistiche e dal fascino dei suoi centri abitati, dislocati tra i monti e il mare e permeati di storia e tradizione. Il patrimonio artistico conservato nelle chiese, nei palazzi e nelle strade di questi centri è immenso e prezioso ed è testimonianza di una storia lunga e indivisibile che ha forgiato uomini e tradizioni, opere e saperi. Nel 1937 la storica dell’arte Maria Accascina organizza la prima mostra di Arte Sacra delle Madonie, mettendo per la prima volta a confronto opere d’arte e oggetti d’arte “decorativa” come unica espressione di una vitalità creativa che nelle Madonie ha trovato ampia affermazione. Certamente grande impulso alla produzione artistica in territorio madonita è legato alla presenza di una committenza ricca e all’avanguardia, prima fra tutte quella dei Ventimiglia, conti e poi marchesi di Geraci e principi di Castelbuono, una delle famiglie più influenti della Sicilia medievale e rinascimentale. Insediatisi a Geraci nel XIII secolo, i Ventimiglia trasferirono la corte a Castelbuono nel 1454, nell’omonimo castello che oggi ospita il Museo Civico. La storia di questi due centri, Castelbuono e Geraci, vicini geograficamente e per vissuto storico, permette di immaginare un percorso congiunto espletato attraverso la collaborazione tra la principale Istituzione museale castelbuonese e il Museo Ecclesiastico Santa Maria Maggiore di Geraci Siculo, nell’obiettivo di costruzione di un momento di approfondimento sulla storia comune dei due centri abitati, delineata attraverso la ricca produzione di suppellettili liturgiche, di cui grande testimonianza si trova all’interno dei due Musei. Due collezioni, quella di Castelbuono e di Geraci che per la prima volta si incontrano e si intrecciano in un percorso congiunto arricchito dalle preziose suppellettili della Matrice Nuova di Castelbuono. Ori, argenti, opere d’arte decorativa che sono preziosa e deliziosa immagine di una fede viva e tangibile e di un’arte raffinata prestata alla devozione in cui la luce è essenza materializzata, manifestazione materica del divino, luogo intangibile dell’Assoluto. «Lux Vera» è Cristo nel prologo del Vangelo di Giovanni, la Vera Luce, «quella che illumina tutti». Proprio la luce è elemento conduttore di questo progetto espositivo, riflessa dalle superfici metalliche di ostensori, reliquiari e calici e riverberata come anima viva, incorruttibile, che scorre tra le forme sbalzate e cesellate, in un patrimonio artistico quanto mai ricco e vario che copre un arco temporale molto ampio dal bellissimo ostensorio/reliquiario di Piro di Martino da Pisa, del XIV secolo, agli elaborati reliquiari e ostensori del XVIII secolo. Luce, simbolo, devozione, storia, narrazione saranno le parole chiave, con particolare attenzione ai caratteri d’uso liturgico passati e in uso e al legame con gli aspetti rituali della devozione cittadina come per le due mazze, quella comunale conservata al Museo Civico di Castelbuono e quella capitolare conservata al Museo Ecclesiastico di Geraci”.

La ricca collezione di Arte Sacra del Museo Civico, custodita nei locali del secondo piano del Castello dei Ventimiglia, e proveniente proprio dal patrimonio liturgico dell’attigua Cappella Palatina dedicata a Sant’Anna, ospiterà i beni provenienti da Geraci e quelli della Madrice Nuova di Castelbuono in un percorso congiunto sviluppato all’interno delle teche espositive dell’allestimento permanente e guidato da approfondimenti testuali, grafici e multimediali. Il percorso espositivo è completato infine da un focus tematico dedicato alle cappelle ventimigliane di Sant’Anna che hanno ospitato nel corso della storia la preziosa reliquia del Sacro Teschio: la prima cappella, ovvero la chiesetta di Sant’Anna, costruita entro le mura castellane di Geraci, la seconda, corrispondente all’ambiente a sezione quadrata del secondo piano del castello dei Ventimiglia di Castelbuono, e la terza e ultima, ovvero la cappella tardo-seicentesca decorata con gli stucchi dei Serpotta su fondo in oro zecchino, ubicata nel secondo piano dello stesso castello.

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Gauguin – Diario di Noa Noa
> Catania > Palazzo della Cultura > dal 15 novembre 2019 al 31 marzo 2020

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Dal 15 novembre 2019 al 31 marzo 2020 il Palazzo della Cultura di Catania ospita due mostre “Cina – Arte in movimento” e “Gauguin – Diario di Noa Noa”.

Cina – Arte in movimento

a cura di Daniela Arionte, Giacomo Fanale, Giuseppe Frazzetto e Vincenzo Sanfo.

La mostra accompagnerà le opere d’arte contemporanea, con esempi di arte antica di alto artigianato e di arte propagandistica relativa agli anni del maoismo e della rivoluzione culturale.
Vi saranno opere di artisti fortemente legati alla tradizione culturale e politica del paese, ma anche esempi di artisti dissidenti o comunque, critici verso la società cinese, come Ai WeiWei, Xiao Lu, Song Yongping, artisti ormai storicizzati e tra i protagonisti della famosa mostra “ Avantgarde“ che si tenne a Pechino con l’occupazione del Museo Nazionale d’Arte e che culminò con l’arresto, da parte della polizia, degli artisti che parteciparono alla protesta messa in atto con quella mostra.

Accanto a questi, ormai storici artisti vi saranno alcuni dei protagonisti della generazione attuale, meno critica, figlia di questa epoca di apertura economica e di lenta apertura sia sociale che culturale e, sopratutto foriera di un benessere che sta coinvolgendo sempre più larghi strati della popolazione. Tra gli altri Zhang Hongmei, Wang Liu Yan, Wu Dewu e Xu Deqi.

Gauguin – Diario di Noa Noa

a cura di Giovanna Giordano e Vincenzo Sanfo.

In mostra oltre sessanta opere, tra cui le 21 xilografie pensate e realizzate da Gauguin appositamente per illustrare il suo primo diario polinesiano e stampate dal suo amico, Daniel de Monfreid. Le opere esposte, racchiudono e raccontano tutto il mondo selvaggio, primitivo e sciamanico, che colpì e ispirò così profondamente e in maniera indelebile, l’arte di Gauguin.

Assieme alle magiche xilografie, saranno esposte anche due straordinarie opere scultoree, una terracotta chiamata “Hina et Tifatou o Vases aux Quatre Dieux“ di cui un esemplare è custodito al Musee d’Orsay“ e che, recentemente è stata esposta al Moma di New York, affiancata da un bronzo “Tii a la coquille o Idole a la coquille “ tratta dal legno scolpito, nel 1896 e, attualmente custodito, anch’esso, al Musee D’Orsay di Parigi.

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UN BEL RICORDO E’ GIA’ RITORNO Francesco Impellizzeri
> Trapani > Museo d’Arte Contemporanea San Rocco > 16 novembre 2019 al 20 aprile 2020

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L’esposizione rivelerà l’eclettico sviluppo del percorso artistico dell’artista trapanese, che vive da circa 40 anni a Roma, partendo dall’infanzia fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui saranno messi a confronto disegni, dipinti e istallazioni. Una trentina di opere su carta, tela, plexiglass, vinile, vetro e marmo, realizzati a Trapani, Roma, Madrid e Parigi, saranno protagoniste di un’esposizione impaginata negli storici spazi del museo, arricchita da una serie di video delle principali performance e da un video di Ignazio Fabio Mazzola sulle recenti opere di Impellizzeri. La mostra di Trapani vedrà la conclusione di un progetto espositivo, che segna il ritorno di Impellizzeri nei luoghi di appartenenza, iniziato nel giugno scorso al Museo delle Trame Mediterranee di Gibellina, con l’istallazione SOUVENIR, e a luglio presso il Polo Museale Cordici di Erice, a cura della Fondazione Erice Arte, con SAGOME ALLA RIBALTA. Alla fine dell’anno verrà pubblicato un catalogo che raccoglierà foto, testi critici e testimonianze di questi tre eventi espositivi.

La mostra è a cura del Museo di Arte Contemporanea San Rocco di Trapani e realizzata con il patrocinio del Comune di Trapani, della Fondazione Orestiadi di Gibellina e dei Laboratori Officina di Trapani.

Francesco Impellizzeri nasce a Trapani nel 1958 e si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove vive e lavora.Nelle prime esposizioni ha privilegiato la figura per poi proseguire con una ricerca pittorica su segno/colore in rapporto alla musica e al ritmo, mentre dal 1990 propone performances con personaggi che, attraverso foto, pittura, video e istallazioni, criticano giocosamente la nostra società. Ha esposto presso importanti gallerie e musei e istituzioni nazionali, come la Biennale di Architettura di Venezia e dal 1997 al 2007 con la galleria Espacio Minimo di Madrid e nel 2003 alla mostra itinerante Don’t call it performance che, dal Museo Reina Sofia si è conclusa al Museo del Barrio di New York nel 2004. Dal 1987 al 2014 è stato collaboratore dell’artista Carla Accardi e oggi fa parte del comitato scientifico dell’archivio Accardi Sanfilippo.
Francesco Impellizzeri aveva già esposto a Trapani nel 1996 in occasione della mostra TRAPANO (catalogo della mostra a cura di Claudio Cerritelli) presso i Laboratori Officina.

via Carlo Guida, Trapani
dal 16 novembre 2019 al 13 aprile 2020
INFO

Leonardo. La macchina dell’immaginazione
> Palermo > GAM Galleria d’arte Moderna > dal 17 settembre 2019 al 26 gennaio 2020

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Per celebrare i 500 anni dalla morte di Leonardo da Vinci, dal 17 settembre 2019 al 26 gennaio 2020, la Galleria d’arte moderna di Palermo ospitala mostra Leonardo. La macchina dell’immaginazione, un’esposizione multimediale a cura di Treccani, progettata e messa in scena da Studio Azzurro.
Il percorso è scandito da sette videoinstallazioni, di cui cinque interattive, che coinvolgono lo spettatore in un racconto di immagini e suoni che, a partire dal multiforme lascito di Leonardo, ci “parlano” tanto del suo, quanto del nostro tempo. Le grandi macchine scenografiche, la cui struttura è liberamente ispirata a disegni leonardeschi, corrispondono ad altrettante sezioni: Le Osservazioni sulla natura; La città; Il paesaggio; Le Macchine di pace; Le Macchine di guerra; Il Tavolo anatomico; La pittura.
Studio Azzurro ha pensato a uno spazio che immerga i visitatori nel mondo dell’immaginazione di Leonardo. Un mondo di macchine talvolta trasparenti come i suoi orizzonti, talvolta opache come la carta dei fogli di appunti. L’esperienza del visitatore passa dall’osservazione alla partecipazione, muovendosi tra forme che richiamano il rigore geometrico dei solidi platonici di Luca Pacioli e si rimodulano in strumenti utili. Questo mondo di macchine trasformate in dispositivi narrativi, di giganteschi fogli di appunti in attesa di essere risvegliati, accoglie il visitatore in una penombra da cui spiccano i colori del legno, della tela e della carta. L’interazione avviene con sistemi diversi: la modulazione della luce e della voce sono gli strumenti privilegiati. In quattro sezioni, infatti, il visitatore può scegliere alcune parole-chiave tratte dal lessico vinciano, che, una volta pronunciate, danno vita alle narrazioni video, in cui i disegni di Leonardo sono affiancati, percorsi o rivisitati da filmati talora iperrealistici, talora quasi astratti.
Prima sezione > LE OSSERVAZIONI SULLA NATURA Il lavorio inesausto di appunti visivi e verbali di Leonardo rappresenta perfettamente l’“epoca dell’occhio”, l’epoca della prospettiva che si fa “forma simbolica” oltre la stretta cerchia degli intellettuali. Il lavoro dell’occhio umano sul mondo è alla base di questo atteggiamento che prenderà una forma più definita nei decenni successivi. Attraverso lo studio del reale, Leonardo riesce a forzare quello strumento prospettico appreso nelle botteghe fiorentine allo stesso modo in cui forza il sapere tradizionale consolidato dai tempi di Aristotele, fino a far implodere l’idea di ordine universale su cui si posava ogni forma di pensiero. Un uomo che guarda, un piano di lavoro per disegnare, un rettangolo quadrettato davanti al suo sguardo. L’installazione ripropone la situazione ideale di un osservatore che analizza i minimi eventi naturali e cerca le corrispondenze con un ideale geometrico di armonia e di restituzione prospettica. Il visitatore si affaccia al prospettografo e assiste al passaggio dalla visione naturale alla restituzione nel disegno, fino alla rappresentazione ideale in riferimento alla geometria nascosta nelle cose.
Seconda sezione > LA CITTÀ I progetti di Leonardo per le città e il suo interesse per la stesura delle loro mappe rivelano un’attitudine urbanistica. Il suo sguardo “largo” tiene in considerazione le dinamiche della società e le esigenze quotidiane di una comunità complessa. Come per ogni altro oggetto di indagine, la sua visione si muove tra la considerazione dell’insieme e l’attenzione per il dettaglio. Immagina per la prima volta di vedere e rappresentare le città dall’alto. Immagina città con un impianto urbano funzionale alle attività delle varie classi sociali e alle necessità igieniche. Studia le vie di terra e il vitale rapporto con le vie d’acqua, da sfruttare abilmente con grandi progetti di deviazione dei corsi dei fiumi. Osservando la città, ne studia anche gli abitanti, annota le loro abitudini di vita, le mode, i riti. Nell’istallazione, sono infatti le silhouette degli uomini e dei loro strumenti a raccontare le azioni generate dai disegni e dalle parole di Leonardo. Le immagini si depositano su due grandi schermi laterali della struttura che richiama una sorta di gru da cantiere, capace di spostare grandi pesi in modo rapido ed economico, con minore sforzo dell’uomo. Due leggii mostrano una collezione di parole che Leonardo utilizzò nei suoi progetti di architettura e urbanistica. Pronunciando una di queste parole si risveglia la narrazione video corrispondente. Le parole sui due leggi sono le stesse, ma i video a esse associati raccontano storie differenti.
Terza sezione > IL PAESAGGIO I mutamenti della luce naturale, i suoi effetti sui corpi e sulla percezione atmosferica sono stati per Leonardo oggetto di lunghe osservazioni e di altrettante pagine di annotazioni, soprattutto in funzione della loro miglior resa pittorica. Nel Libro di Pittura si rivolge al suo lettore chiamandolo «fintore» – così si chiamavano i pittori e gli scultori – dandogli precise istruzioni su come rappresentare ogni elemento naturale, prospettico e umano. Leonardo in realtà educa lo sguardo del pittore a soffermarsi sui più minuti dettagli e a cercare le cause di ogni percezione per meglio “fingere” la realtà con gli strumenti del disegno e della pittura. D’altra parte arriva a immaginare un modo di rappresentare il mondo e quasi a inventare il “paesaggio” benché ancora non lo chiamasse in questo modo, con le vedute “a volo d’uccello”. Tre proiezioni, due laterali e una in alto, avvolgono i visitatori. Pronunciando le parole scritte sui leggii, che corrispondono ad alcuni degli aspetti più indagati dalla curiosità e dall’inventiva di Leonardo, si presentano lateralmente due disegni originali e in alto un cielo. L’osservazione dei disegni li rende vivi, generativi. Dai tratti a matita nascono «flussi e reflussi», «venti revertiginosi», nebbie, scenari vicini e panorami lontani.
Quarta sezione > LE MACCHINE DI PACE Pulegge, catene, ruote dentate, ruota a tazze, viti di Archimede, viti senza fine, viti aeree, inclinometri, igroscopi, anemometri, seghe idrauliche, ventilatori. Studi per «modo di sollevare l’acqua in due tempi», per imbarcazioni a pale, per portelli di chiusa, progetti per il canale Firenze-mare, per lo scavo di Serravalle, disegni di macchine escavatrici, di draghe, vortici e canali. Studi per l’equilibrio, per il bilanciamento, per ali di aliante, per ala snodabile, per ala articolata, per ala a sportelli; studi per ornitottero, verticale, prono, a navicella. Studi per il «modo di camminare sull’acqua», per modi di respirare sott’acqua, guanti palmati, salvagente, scafandro. Non son tutte invenzioni di Leonardo, talvolta sono perfezionamenti di macchine esistenti, studi per migliorie, in altri casi, come per il volo e il «camminare sull’acqua» sembrano sogni che, confidando nella scienza e nello studio della natura, è convinto di poter realizzare. Pronunciando una delle parole esposte nel leggio i disegni nei due schermi rivelano particolari di macchine a cui si accostano reali meccanismi del nostro tempo.
Quinta sezione > LE MACCHINE DA GUERRA Nella lettera a Lodovico il Moro in cui Leonardo si presenta per essere accolto a Milano, una eloquente lista esibisce in larga maggioranza competenze nell’arte di «offendere e difendere», in particolare nella capacità di progettare «instrumenti bellici» come ponti «facili e commodi da levare et ponere», «ghatti» (arieti), «bombarde, mortari et passavolanti di bellissime et utile forme» «briccole, manghani, trabuchi», «carri coperti, securi e inoffensibili». Ciononostante, le considerazioni scritte da Leonardo sulla guerra rivelano ben altro pensiero. «Pazzia bestialissima» la definisce, studiando armi e strumenti dei contemporanei ma anche degli antichi. Le istruzioni per dipingere scene di battaglia nel Libro di pittura sono efficaci quanto una testimonianza, e il modo in cui racconta i volti, le espressioni, i gesti degli uomini impegnati a uccidersi tra loro manifestano il suo giudizio sull’assoluto abbruttimento a cui essa conduce. La macchina dell’installazione è una sorta di bilanciere in stasi, con due grandi schermi. Pronunciando la parola scelta dal leggio, sullo schermo frontale appare un disegno, uno studio di un carro, di una bombarda, di un gruppo di uomini in battaglia, a terra appare un pavimento materico: sabbia, acqua, foglie… dopo qualche istante dai tratti del disegno si staccano figure umane, frecce, bandiere e dal pavimento emergono frammenti di una battaglia.
Sesta sezione > IL TAVOLO ANATOMICO Ai tempi di Leonardo si chiama «notomia». L’analisi geometrica, figlia diretta dell’uomo vitruviano, non gli basta, così sprofonda il suo sguardo nelle viscere del corpo umano, come fosse il dispositivo più affascinante che si potesse studiare: «sì bellostrumento» con «tanta varietà di macchinamenti». Cerca le cause di ogni evento fisiologico, elenca instancabili liste di argomenti da indagare. Descrive minutamente la meccanica dei movimenti, osserva e rappresenta il cranio come fosse un elemento architettonico, il tiburio di una cattedrale, immagina le funzioni di ipotetiche aree del cervello, osserva il chiasma ottico, disegna il sistema nervoso come un albero di sottili filamenti. Sempre sulla soglia del sogno di una conoscenza esatta, alla fine di una lunga lista, annota: «Scriverai di filosomia». Su un tavolo di otto metri sono posati dei gessi che riproducono elementi del corpo umano, maschile e femminile. Sospese sul tavolo alcune piccole torce. Direzionando la loro luce su un gesso, si avvia il racconto video relativo a quella porzione di corpo. Dal corpo dell’uomo, scorticato, si genera l’indagine sotto la pelle, tra muscolatura, scheletro e funzioni vitali. Il corpo della donna è invece un corpo classico, da cui nascono i gesti, le espressioni e il racconto della facoltà di portare in sé una nuova vita.
Settimana sezione > LA PITTURA La pittura per Leonardo è una scienza, nell’accezione di scienza a lui contemporanea. Nel suo Libro di pittura, più di 900 paragrafi di varie lunghezze sono dedicati alla sua teoria e alla sua pratica e nel tradizionale “paragone delle arti” vince su tutte. La sua attenzione a restituire in pittura i valori percettivi delle cose ha dato avvio a un modo diverso di “fingere” le figure e gli scenari: ogni contorno sfuma in un’altra parte del dipinto, c’è profondità di piani nello spazio, ma senza quasi distinzione dei limiti dei soggetti… come se il mondo fosse immerso in un liquido amniotico. Nell’installazione un grande monitor presenta una decina di dipinti di Leonardo. Il lavoro sulla illuminazione dei soggetti e sulla graduale apparizione dello sfondo fa vibrare il quadro di una vita inattesa. Gli scenari si susseguono all’orizzonte, passando uno nell’altro fino a ricomporre lo sfondo dell’opera originale. Anziché forzare i suoi scenari per farli corrispondere a un luogo, ci si affaccia alla memoria e alla immaginazione di Leonardo che dipinge ricordando le centinaia di scenari che ha a lungo scandagliato nelle sue osservazioni. «Il buon pittore ha da dipingere due cose principali: l’uomo e il concetto della mente sua. Il primo è facile, il secondo difficile, perché si ha a figurare con gesti e movimenti delle membra: e questo è da essere imparato dai muti, che meglio li fanno che alcun’altra sorte di uomini».
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Antonio Cutino e la Palermo del ‘900
> Palermo > Villa Malfitano Whitaker > dal 26 novembre al 19 gennaio 2020

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La mostra ideata dal curatore Giacomo Fanale appositamente per gli spazi espositivi della prestigiosa Fondazione Whitaker a Villa Malfitano, è stata realizzata dalla Fondazione Cultura e Arte, ente strumentale della Fondazione Terzo Pilastro – Internazionale che la promuove.
Importante la consulenza di Liliana Cutino, figlia del Maestro, che ha aiutato al reperimento delle opere presenti in prestigiose collezioni pubbliche e private. In mostra una selezione di circa ottanta lavori, tra opere pittoriche, pastelli e grafiche pubblicitarie.
La retrospettiva del maestro Cutino, a trentacinque anni dalla sua scomparsa, pone l’accento sull’ampia produzione pittorica in tanti anni di attività artistica. “Un’esemplificazione – dichiara il curatore – dei diversi generi che caratterizzarono la sua vasta produzione. Dai paesaggi, che risentono della luminosità degli scenari naturali della campagna siciliana, con evidenti i riferimenti a Francesco Lojacono, in Ulivi del ’70 e in Crepuscolo del ’72. Riferimenti oltremodo già presenti in opere antecedenti, come in Chiesetta a Villa Tasca del ’64 e Primavera a Villa Tasca, anch’essa del ’64. Mentre nei paesaggi Giardino con pergolato del ’63 e La mietitura del ’70, emergono interessanti rielaborazioni cromatiche personali. Nella Veduta di Monte Pellegrino del ’57, Cutino propone una rilettura interpretativa di un soggetto ricorrente sia nella pittura di Lojacono, che in quella di Mario Mirabella, come di altri vedutisti”.
Alcune esemplificazioni del suo interesse professionale per la grafica illustrativa e pubblicitaria ai primi albori in Italia, presenti in mostra, consentono di inquadrarne meglio le sfaccettature della sua complessa personalità. Aspetto cui si è inteso dedicare uno spazio collaterale alla mostra, eloquente di una parte non marginale della sua attività artistica.
Il Prof. Rosario Lentini nel suo contributo al catalogo, evidenzia la figura dell’artista illustratore pubblicitario inserito nel contesto dell’economia della Palermo del primo Novecento.
Antonio Cutino fu interprete di un modello culturale che si conformò alla nuova élite e classe emergente della Palermo degli anni ‘60, dal suo operare artistico, infatti, emergono riferimenti espressione della cultura prevalente nella Sicilia del dopoguerra. Aspetti rintracciabili nella tradizione pittorica del tardo Ottocento palermitano, che ancora nei primi anni del Novecento si avvalse di un’ampia schiera di seguaci, che, se subirono l’influenza di un “ritorno alle origini” della pittura italiana d’inizio secolo, rimasero fedeli a canoni rappresentativi della cultura locale, tanto apprezzati dal nuovo ceto di burocrati e funzionari nati nel solco dell’autonomia politica e amministrativa della Regione Siciliana.
La mostra si avvale di un importante contributo critico in catalogo dello Storico dell’Arte Gioacchino Barbera, che scrive: “In occasione di questa mostra, nella quale viene presentata una ricca campionatura delle opere di Cutino – ma va ricordato che gli era stata già dedicata nel 2005, per festeggiare i cento anni dalla nascita, una monografica a Palazzo Branciforte – ho preferito indagare meglio due momenti del suo percorso artistico che possono offrire nuovi spunti di riflessione e di approfondimento e nei quali, a mio avviso, vanno rintracciati gli esiti forse più originali della sua ricerca. Mi riferisco alle opere dei primi decenni della sua attività di pittore, dagli esordi alla fine degli anni Quaranta del Novecento, e alla sua prolifica attività di grafico pubblicitario e di illustratore”.
Il Prof. Emmanuele F. M. Emanuele, sostenendo con determinazione la realizzazione di questa importante retrospettiva, in uno dei luoghi più prestigiosi della Città di Palermo, ha permesso un riconoscimento postumo al lavoro del Maestro Antonio Cutino, fortemente legato ai ricordi della sua infanzia.
Così afferma infatti: “Io ho avuto modo di conoscerne la pittura in età infantile, in quanto egli era uno dei vedutisti e ritrattisti del Novecento più amati da mia nonna, che spesso accompagnavo unitamente a mia madre nella sua casa. Ho ritenuto pertanto di rendere giustizia al Maestro dedicandogli questa retrospettiva, che consta di circa un’ottantina di opere tra dipinti ad olio e grafiche pubblicitarie, e che mette in luce attraverso la sua arte alcuni aspetti della cultura prevalente nella Sicilia del Dopoguerra, intercettando anche – con l’attività di illustratore e bozzettista per la pubblicità – il periodo della ricostruzione e dell’inizio di sviluppo economico del Paese. Lo scenario unico di Villa Malfitano Whitaker a Palermo, con le sue sale splendidamente decorate che ospitano la ricca collezione di oggetti d’arte di Giuseppe Withaker (tra cui anche diversi dipinti di Francesco Lojacono), mi è parso dunque il luogo ideale per accogliere i dipinti ed i disegni di questo artista così legato alla tradizione pittorica siciliana a cavallo tra i due secoli, tradizione che la Fondazione Terzo Pilastro ha già celebrato nel 2014 con la monumentale mostra “Di là del faro. Paesaggi e pittori siciliani dell’Ottocento” a Villa Zito”.

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Giovanni Leto – Ritratto d’ignoto
Palermo > Palazzo Riso Museo regionale d’Arte Contemporanea > dal 05 Dicembre 2019 al 05 Febbraio 2020

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“Ritratto d’ignoto” dà voce ad una personale e originale interpretazione dell’artista sul suo essere nel mondo e rappresentarlo, come in un gioco di scatole cinesi, attraverso altre “rappresentazioni” di mondo: le pagine dei quotidiani.

La carta dei giornali è, infatti, la materia principale della sue opere, arrotolata in strisce, stratificate e poste in relazione al fondo della tela e alle pennellate di colore che spesso ne contornano la spazialità.

Come afferma Franco Lo Piparo, nel testo critico presente nel catalogo della mostra: “Le rappresentazioni artistiche di Leto sono costruite con la materialità di altri pezzi di mondo che sono essi stessi immagini del mondo”.

La scelta stessa del titolo allude alla rappresentazione di ciò che si ignora o non si può vedere. Come afferma Lo Piparo: “ Tutta l’arte religiosa e sacra altro non è che la rappresentazione dell’invisibile. Si può dire di più, tutta l’arte figurativa è un mostrare ciò che non si vede. Anche l’arte cosiddetta realistica. Per il semplice fatto che in un’immagine c’è sempre un’idea. Un’immagine, qualunque essa sia, ha in sé un discorso o, ancora meglio, una molteplicità di discorsi possibili. Capire un’immagine equivale a spiegarne il senso con parole. Un’immagine conterrà tanti sensi quanti sono i discorsi possibili che la spiegano. Questo vale in special modo per le opere qui raccolte. L’oggetto rappresentato è altamente filosofico e (meta)fisico: la intelaiatura fondamentale dell’universo. Il tempo, la materia, la forma, l’energia, l’origine dell’universo. In poche parole, Dio nella versione della scienza contemporanea”.

La materia prima di qualsiasi interpretazione possibile, al di là di ogni significato e significante, è dunque protagonista in questa mostra.

Le opere, quadri e installazioni, si dispiegano nello spazio espositivo declinando quei concetti che stanno alla base del lavoro di Giovanni Leto – tempo, spazio, forma; materia, energia; memoria, oggetto, segno – ma sempre attraverso l’uso delle carte e delle stoffe arrotolate e fittamente addossate le une alle altre, secondo una pratica artistica, adottata a partire dagli anni ottanta nella serie “Orizzonti”, divenuta cifra stilistica dell’artista. Tale pratica si evolve negli anni successivi in concrezioni che lievitano e crescono, delineandosi sempre più come oggetti tattili di rinnovata spazialità, oppure iniziano a sfaldarsi, lasciando il posto alla materia pittorica.

Giovanni Leto nasce a Monreale (Palermo) nel 1946. Frequenta a Palermo Decorazione Pittorica all’Istituto Statale d’Arte e Pittura all’Accademia di Belle Arti. La sua ricerca pittorica si è sempre fondata su un acuto interesse per i materiali, collocandosi dapprima in ambito informale, poi approfondendo la valenza tattile dei vari materiali impiegati. A partire dagli anni ottanta protagonisti nelle sue opere sono prevalentemente i fogli di giornale attorcigliati manualmente e stratificati sulla superficie della tela. Nel decennio successivo la sua ricerca si concentra sulla creazione di una differente semantica, volta a coniugare fisicità e spazio, cosicché l’opera lascia la parete e si manifesta nella sua totale tridimensionalità. A questi anni appartengono opere de “Il corpo a corpo con lo spazio della pittura reificata” esposte nella mostra personale a Bagheria, presso la Galleria Ezio Pagano. Seguono una serie di installazioni cartacee ed opere ambientali, tra le quali “Made in Italy” (2011) esposta alla 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, iniziativa speciale per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. La produzione artistica degli ultimi anni è composta da lavori in cui la carta attortigliata cede lo spazio ad ampie campiture di colore e ad installazioni più “oggettuali”, come “Corpus temporis”: una serie di involucri cartacei che pendono dal soffitto sorretti a mezz’aria da fili di nylon, sospese “nel tempo e nello spazio”. Il corpo in balia del tempo: le informazioni contenute nei fogli di giornale si consumano, sbiadiscono parole, eventi e concetti che assumono la valenza dell’Oltre; presenze scarne, spoglie di significati, corpi divenuti prima scheletri e poi polvere che lo spazio assorbe e disperde.

 

Giovanni Leto – Ritratto d’ignoto
Palermo > Palazzo Riso Museo regionale d’Arte Contemporanea > dal 05 Dicembre 2019 al 05 Febbraio 2020

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O’TAMA. Migrazione di stili
> Palermo > Palazzo Reale > dal 7 dicembre 2019 al 6 aprile 2020

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Fu la prima artista orientale a giungere in Europa e per 51 anni visse a Palermo, tra il 1882 e il 1933: riuscì ad abbattere le resistenze del sistema legato alla statica classicità. La sua migrazione da Tokyo costituì, quindi, opportunità di innovazione. L’arte orientale, fino ad allora considerata una minaccia per l’arte ufficiale, contaminò e arricchì l’espressione artistica italiana. È O’Tama Kiyohara, a cui è dedicata la mostra “O’Tama. Migrazione di stili”, organizzata dalla Fondazione Federico II con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia in collaborazione con il Centro Regionale per il Restauro, il Museo delle Civiltà – Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” e il Liceo Artistico “Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara”.

L’esposizione è in programma dal 7 dicembre fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale in un rinnovato corridoio Dogali e negli Appartamenti Reali, con più di 80 opere, tra cartoni, manufatti, tessuti e 46 acquerelli, visibili per la prima volta dopo essere stati restaurati per l’occasione. Ancora una volta la Fondazione Federico II affronta il tema della migrazione e ne coglie gli aspetti positivi. Dal Pacifico al Mediterraneo l’artista affrontò un viaggio che divenne una scelta di vita, un cambiamento imposto da due mondi fortemente difformi.

Dopo approfondite ricerche e confronti con i maggiori studiosi della materia, la Fondazione ha ricostruito idealmente un complesso percorso iniziato nel 1882 quando l’artista giunse a Palermo da Tokio per seguire lo scultore palermitano Vincenzo Ragusa. Nella Palermo di fine Ottocento O’Tama Kiyohara è stata pioniera di un percorso artistico, culturale e didattico votato al progresso e all’innovazione.

Pittrice raffinatissima, O’Tama Kiyohara realizzò in effetti una sintesi artistica tra tecnica, eleganza stilistica e realismo, emblema del grande sogno condiviso con Vincenzo Ragusa di un percorso culturale in grado di dare vita ad una scuola-museo. Questo grande progetto, purtroppo, dovette infrangersi su uno stato di abbandono economico legato alla politica che non trovò soluzioni neppure tramite l’allora ministro di Grazia, Giustizia e dei Culti, Finocchiaro Aprile, ritrovando nella sua volontà di creare cultura sperimentale, una forma di crescita in merito a specializzazioni e divulgazioni di arte locale e internazionale.

“Giunta a Palermo – dice la storica dell’arte ed esperta di giapponismo, Maria Antonietta Spadaro -, O’Tama si è trovata a confrontarsi con tutta la storia dell’arte italiana. La sua è una pittura fuori dal tempo, eclettica e variabile. Scelse di utilizzare tecniche che non esistevano in Giappone. Esempio ne è il dipinto della Notte dell’ascensione che lei rappresenta in un notturno. Tutti i pittori del periodo avevano dipinto Monte Pellegrino ma mai di notte. Inventa una visione dall’alto, della passeggiata della Marina, un cielo nuvoloso, i lampioni che fino a quel momento nessuno aveva ritratto. Una novità assoluta i lampioni elettrici per Palermo e per tante altre città. Solo i futuristi lo faranno qualche tempo più in là”.

La collezione degli acquarelli inediti presentati di O’Tama Kiyohara – proveniente dal Museo “Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara” – può essere ricondotta a due gruppi di tipologie a seconda del soggetto rappresentato: gli acquarelli ikebana (o composizioni floreali) e quelli a soggetto botanico.

L’arte giapponese che riteneva si potesse fare a meno dell’ombra e della prospettiva a tutto vantaggio delle composizioni decorative, viene contaminata dalla luce della Sicilia Difficile interpretare la natura interiore di O’Tama: la sua identità non è un luogo o una porzione del mondo, ma diversi modi di essere.

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Ryan Mendoza – Active Shooter
> Catania > Fondazione Brodbeck > dal 24 novembre 2019 al 01 marzo 2020

Ryan Mendoza – Active Shooter

L’artista americano da poco più di un anno vive tra Berlino e le pendici dell’Etna, a Dagala, dove nel verde dell’attiva signora, ha impiantato il suo nuovo studio.
La ricerca di Mendoza è lo specchio su cui si riflette, in un impietoso gioco di rimandi, l’immagine decadente della società contemporanea. Active Shooter allude ad una personalità ironica, dalla presunta onniscienza, un attivo sparatutto, abile mistificatore e geniale sapientone, un simpatico minchiataro… un tenero eroe quotidiano. Lo si potrebbe parafrasare, con debito rispetto, a un altro titolo ben più noto e siciliano fino al midollo: uno, nessuno e centomila.

Capolavoro della letteratura del ‘900 con il quale Luigi Pirandello racconta le persone.
Persone, la cui etimologia risale al latino personam: maschera d’attore, e maschere sono i soggetti di Mendoza, sempre in bilico tra l’essere superuomini e le loro intime fragilità.
Negli spazi della Fondazione le opere invitano ad un percorso inedito, dove il fruitore appare come un voyeur colto in flagrante nell’atto di spiare angoli nascosti in cui si consumano vicende interiori e ambigue di normale quotidianità.
Scene allestite in fatiscenti locali arredati con pretenziose carte da muro che riecheggiano lo sfarzo delle antiche dimore siciliane, sulle quali Mendoza dipinge provocatori e comuni slogan, debitamente censurati, e persone. Motti ed eroi comuni, una eco distorta, distonia personale che tristemente svela le nostre debolezze e decadenza. Comunque svela la formula magica grazie alla quale la società ci accetta.
Nei suoi dipinti è evidente lo scontro tra valori opposti: ambiguità, xenofobia, dominazione, pornografia, lussuria, voyeurismo, odio … fanno il verso a chiarezza, integrazione, dipendenza, castità, riservatezza, amore, intimità … senza mai esprimere un giudizio, pongono interrogativi inquietanti sui valori su cui si fonda la nuova etica sociale.
Nelle sue pitture traspare la grande capacità di legare la visione pop e orizzontale della cultura americana, con la stratificazione barocca del pensiero europeo, creando in tal senso quel cortocircuito che stuzzica la capacità critica e invita a riflessioni su come appariamo e su come intimamente siamo, in un gioco ambiguo e tanto intrigante quanto è la personalità ironica e seria dell’artista americano.
I dipinti dialogano con altri elementi scultorei, gli “specchi”. Ricche cornici in ceramica, specchiere vuote che, come buchi neri, risucchiano persone e restituiscono individui. Meccanismi in grado di fermare il tempo e trasportare in una dimensione personale in cui cade la maschera e si manifesta l’intima coscienza di ciascuno.
Una mostra mirabile dove l’irriverenza spocchiosa dell’artista americano, la sua poetica sfacciata e ironica, ci costringono a guardare oltre per scoprire un individuo che nel rispetto dei valori pubblici e privati sposta il limite della propria coscienza sempre più in avanti, nella speranza di apparigliarla con i propri sogni.
Ryan Mendoza, Active Shooter.
Fondazione Brodbeck,
Via Gramignani 93,  Catania

 

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