10 mostre da visitare in giro per la Sicilia. FEBBRAIO 2020

Nicola Pucci. Opere 1999 – 2019
> Palermo > Villa Zito > dal 1 febbraio al 29 marzo 2020

Nicola Pucci. Opere 1999 – 2019”

Un viaggio in mondi onirici, popolati da figure che si muovono in contesti impossibili, o giocano con il mondo, cercando di riscrivere il proprio destino. E’ una pittura stratigrafica, quella di Nicola Pucci (Palermo, 1966), dove ogni immagine è costruita alternando velature e pittura gestuale e materica, in una sequenza lunga e continuata nel tempo, sfacciatamente surreale ed estremamente realistica, colma di energie catartiche.

“Nicola Pucci Opere 1999 – 2019” raccoglie gli ultimi vent’anni di pittura dell’artista palermitano: un’antologica, curata da Paola Nicita, che si apre l’1 febbraio a Villa Zito, sede della Fondazione Sicilia a Palermo, che la ospita fino al 29 marzo.

Una selezione di tele e sanguigne, e alcuni inediti, tra cui una scultura realizzata appositamente per l’esposizione, vera sorpresa per un artista che ha sempre e soltanto dedicato spazio e tempo alla pittura. “Epifànica e sorprendente, la pittura di Nicola Pucci distrugge le immagini e le ricostruisce: Delenda Imago, Costruenda Imago – scrive Paola Nicita nel suo testo in catalogo – […] Nel silenzio roboante di una pittura precisa, oggettiva, rarefatta e concreta, scardinamento e rivoluzione sono le parole chiave del cambiamento: ma la modifica percettiva avviene senza alcun proclama, manifesto o guerriglia. Tutto è già accaduto, è lì, è sotto ai nostri occhi. […] E’ la lotta silente e tormentata tra materia e forma”. E’ un gioco al massacro tra componenti realistiche, racchiuse in un nido, una “comfort zone” che sembra proteggere e invece delimita. Ciò che appare non è ciò che pare: realtà alterate, smantellate da intrusioni autorizzate. “Sulla tela, appaiono pseudocollage pittorici, che collocano nello stesso luogo e nel medesimo spazio eventi lontani e personaggi che non si erano mai conosciuti né incontrati”.

Tele popolate da personaggi vitali, non necessariamente umani, fermati nell’attimo, bloccati nella loro spinta, salto, entusiasmo; un flash improvviso che atrofizza gli atleti, i diletti tori, gli amici galli, li consegna ad un’irrealtà vorace in cui perdono di vista il loro habitat normale, distrutto da un’intrusione esterna, mastodontica, totalizzante. Ogni opera di Nicola Pucci induce al racconto autonomo in cui i protagonisti vanno cercati tra i personaggi e i movimenti.

Il progetto espositivo, ideato dall’Associazione Settimana delle Culture, realizzato con il sostegno della Fondazione Sicilia e il contributo della Presidenza dell’Assemblea Regionale Siciliana e di partner privati, permette di osservare l’evoluzione del linguaggio artistico di Nicola Pucci nel corso degli ultimi vent’anni: da una pittura figurativa estremamente realistica, che da sempre strizza l’occhio ad un dato di surrealtà, slittata poi, negli anni più recenti, ad una sorta di negazione, di cancellazione del linguaggio iperrealista, per approfondire alcuni aspetti maggiormente concettuali. Elementi provenienti da fonti diverse, coabitano in un unico dipinto. Le sue tele raffigurano gruppi omogenei di figure, spesso sospese nello spazio, ma unite in un dialogo silenzioso.

Dopo il liceo classico, Nicola Pucci (Palermo, 1966) ha frequentato un corso quadriennale di illustrazione pubblicitaria allo IED di Roma. Dopo un breve periodo trascorso a Vipiteno disegnando copertine per i celebri quaderni Pigna, nel 1990, tornato a Roma e in seguito a Palermo, Pucci ha iniziato a dedicarsi alla pittura. Dal 1995 ad oggi il suo lavoro è stato esposto in Italia, Gran Bretagna e Stati Uniti. La pittura di Nicola Pucci si è guadagnata, nel corso degli anni, l’attenzione di Philippe Daverio, Gianluca Marziani, Vittorio Sgarbi e del gallerista americano Larry Gagosian che ne sono divenuti appassionati collezionisti.

Nicola Pucci. Opere 1999 – 2019

Palermo > Villa Zito

dal 1 febbraio 2020 al 29 marzo 2020

INFO

Susan Meiselas – Intimate strangers
> Palermo > Centro Internazionale di fotografia > dal 14 dicembre 2019 al 16 febbraio 2020

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E’ una delle pioniere del fotogiornalismo moderno, che con le sue tecniche e serie fotografiche ha rivoluzionato il reportage. Susan Meiselas, (Baltimora, 1948), fotografa tra le prime donne ammesse alla celebre agenzia Magnum Photos, arriva a Palermo al Centro Internazionale di fotografia di Palermo diretto da Letizia Battaglia

Intimate strangers, questo il titolo dell’esposizione, presenta Carnival Stripes e Pandora’s Box, due dei lavori più potenti della pluripremiata autrice, nota per aver fatto della fotografia un importante mezzo di denuncia sociale per combattere ogni tipo di violenza, da quella domestica – che racconta in vari progetti come Archives of Abuse e (1992), Room of their Own (2017)- a quella delle guerre (celebre il suo reportage sulla guerra civile in Nicaragua) oltre che strumento di impegno civile per la difesa dei fondamentali diritti umani, e in particolare delle donne, per cui quest’anno ha vinto il premio Women In Motion.

In Carnival Strippers, confluisce un lavoro lungo tre estati consecutive, dal 1972 al1975, in cui la Meiselas segue le spogliarelliste delle fiere di paese in New England, Vermont e South Carolina. Una documentazione attenta e scrupolosa fatta delle istantanee in bianco e nero non soltanto delle esibizioni sul palcoscenico ma anche dei loro momenti più intimi, alla quali la fotografa affianca le registrazioni audio delle voci delle protagoniste da lei stessa intervistate. Il risultato è un racconto multimediale che per la sua originalità e profondità segna un punto di svolta nella storia del fotogiornalismo, aprendo alla Miselan le porte della Magnum, la più ambita e celebre agenzia di fotogiornalismo del mondo di cui entra a far parte nel 1967.

Da quel momento il coinvolgimento dei soggetti fotografati attraverso la testimonianza diretta diventa una caratteristica del lavoro di Susan Meiselas, una metodologia d’indagine che costituisce per l’artista non solo una pratica analitica ma anche una forma di impegno civile.

Risale a vent’anni più tardi, Pandora’s Box (1995) -seconda parte del percorso espositivo- reportage che può considerarsi l’ideale prolungamento di Carnival Strippers . La serie realizzata in un club sadomaso di New York, svela l’esistenza di un altro rapporto con la violenza e il dolore, che qui è cercato e auto-inflitto per scelta.

Pandora’s Box ci trasporta in un luogo esclusivo di 4000 metri quadrati all’interno di un loft di Manhattan, definito la ‘Disneyland della Dominazione’.

Oscuramente teatrali e allo stesso tempo non studiate, queste fotografie esplorano una rete di stanze opulente e di set di uno storico “dungeon” newyorkese, dove la protagonista Mistress Raven insieme al suo staff di 14 giovani donne, si esibisce in riti di dolore e piacere fortemente formalizzati.

La mostra (fino al s’inserisce nell’ambito della programmazione del Centro Internazionale di fotografia di Palermo dedicata ai grandi fotografi contemporanei in collaborazione con Magnum Photos, che ha già visto protagonisti Joseph Koudelka e Franco Zecchin.

Nata nel 1948 a Baltimora, Stati Uniti, Susan Meiselas è fotografa documentarista membro dell’Agenzia Magnum sin dal 1976. Vive e lavora a New York. L’importanza della sua fotografia viene notata con il lavoro nelle zone di conflitto dell’America Centrale (1978-1983). I suoi lavori e le sue opere sono spesso di lungo periodo: i soggetti coinvolti e presenti nelle opere, spaziano la gamma degli argomenti da lei affrontati, dalla guerra alle questioni dei diritti umani, dall’identità culturale all’industria del sesso. Suoi sono i lavori di Carnival Strippers (1976), Nicaragua (1981), Kurdistan: In the Shadow of History (1997), Pandora’s Box (2001), Encounters with the Dani (2003), Prince Street Girls (2016) and A Room Of Their Own (2017).

Susan Meiselas è riconosciuta a livello internazionale soprattutto per i suoi lavori legati ai diritti umani in America Latina, tanto che le sue immagini sono presenti in mostre permanenti sia in America che in tutto il mondo. Nel 1992 viene premiata con il MacArthur Awardand, nel 2015 il Guggenheim Fellowship. Di recente è stata anche riconosciuta con il premio Deutsche Börse Photography Foundation Prize 2019.

Dal 15 dicembre al 16 Febbraio 2020
Centro Internazionale di Fotografia
Cantieri Culturali alla Zisa
Palermo

INFO

Quando le statue sognano
> Palermo > Museo archeologico regionale Salinas > 29 novembre 2019 al 29 marzo 2020

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QUANDO LE STATUE SOGNANO
frammenti da un museo in transito

Gli artisti 108/Guido Bisagni, Alessandro Roma e Fabio Sandri,
con la partecipazione di Ferdinando Scianna,
in dialogo con spazi e depositi del Museo Archeologico Salinas,
con un intervento della fotografa Roselena Ramistella nella nuova Project Room

Un progetto espositivo a cura di Caterina Greco e Helga Marsala
29 novembre 2019 > 29 marzo 2020

MUSEO ARCHEOLOGICO SALINAS | PALERMO

Artisti contemporanei in dialogo con i reperti del Museo archeologico Salinas che apre un’area mai vista prima, in attesa del completamento del restauro. Ritorna in esposizione il famoso Ariete bronzeo, si mostrano per la prima volta le teste votive di Cales e altre opere conservate nei depositi; si ammira la Menade in una nuova collocazione scenografica, sotto lo straordinario soffitto seicentesco in legno dipinto, mai presentato prima. Le foto di Scianna del 1984, raccontano Borges ormai cieco che “sfiora” le sculture tentando di “leggerne” i contorni. Il segno grafico di Rub Kandy.

Dalle metope dei Templi di Selinunte – il più importante complesso scultoreo dell’arte greca d’Occidente – alla Pietra di Palermo, reperto egizio della metà del II millennio a.C. circa, dalle raccolte di vasi etruschi della collezione Bonci Casuccini all’Ariete in bronzo di Siracusa, il Museo Salinas di Palermo, con la sua storia lunga oltre due secoli, raccoglie una delle collezioni archeologiche più prestigiose in Italia e nel mondo. Ma è anche un Museo che deve fare i conti con un complesso restauro che attualmente non consente la visita nella sua interezza. In attesa del riallestimento definitivo, ha preso corpo un progetto che permetterà di restituire al pubblico alcuni spazi di questo luogo straordinario, che riapriranno del tutto solo al termine dei lavori, in via di completamento.
Una vera riappropriazione dello spazio: il 28 novembre alle 19 si inaugura al Museo Archeologico Salinas la mostra in due capitoli Quando le statue sognano – curata da Caterina Greco, direttrice del Museo, e dal critico d’arte Helga Marsala – e si avvia una serie di prossimi eventi collaterali, racchiusi dal sottotitolo Frammenti di un museo in transito. Attraverso spazi dell’ex monastero dei Padri Filippini mai aperti prima, ambienti riportati alla luce, manufatti di epoca borbonica, opere finora conservate nei depositi. Un progetto del Dipartimento dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, realizzato dal Salinas, con la collaborazione di CoopCulture.

Tra i depositi, i corridoi disabitati e le sale vuote del museo – il più antico della Sicilia – i progetti per la mostra hanno preso forma: luoghi precipitati in un silenzio onirico, per l’occasione tramutati in set e serbatoi di suggestioni per produzioni contemporanee, in stretto dialogo con i reperti archeologici.
Un programma che si estenderà nel corso dei prossimi mesi, pensato per trasformare l’attesa in nuovo contenuto: il tempo che separa dall’apertura degli ultimi due piani del Museo diventa occasione di scoperta, disvelamento, ricerca e comunicazione.
E a proposito di comunicazione, da costruire intorno a spazi e reperti riportati a galla, il Museo Salinas ha scelto di affidare a un artista il ruolo di art director. Attivo soprattutto nel campo dell’arte pubblica e urbana, ma con una ricerca parallela legata al graphic design, Mimmo Rubino (Potenza, 1979, oggi vive a Roma), noto anche come Rub Kandy, ha ideato una campagna creativa per la promozione delle mostre: gli scatti fotografici, i manifesti, l’immagine coordinata e le pubblicazioni editoriali diventano, con la sua cifra personale, un’avventura concettuale e di stile, concepita come opera d’arte in progress.

Quando le statue sognano comincia, in questo primo appuntamento, con l’apertura straordinaria della sala ipostila (o Sala delle Colonne) e degli spazi vicini, restaurati per accogliere opere e manufatti provenienti da diverse donazioni, prevalentemente di epoca borbonica, parte della collezione museale. Il restauro terminato nel 2016 – che ha riportato alla luce ambienti del secentesco monastero dei Padri Filippini tra cui l’ambiente sopra l’ex refettorio su cui è visibile uno straordinario soffitto in legno dipinto, scoperto durante il restauro – insieme all’esposizione di opere attualmente custodite in deposito, restituisce dunque al pubblico un’area del museo mai vista prima. Tra queste nuove sale del Salinas (un tempo adibite a uffici), che ancora non presentano il loro assetto definitivo, prende così vita un insolito racconto, in cui si intrecciano archeologia e arte contemporanea: tessuti evanescenti, ceramiche astratte, suoni elettronici, fotografie e immagini in dissolvenza, ritratti marmorei, disegni, sculture bronzee, manufatti d’uso quotidiano o con funzione rituale, compongono una sorta di fantasmagoria, di cui le statue e i reperti sono parte attiva, memoria antica e sempre vitale nella costante evoluzione del Museo. Il racconto intessuto intorno a opere e spazi è frutto di una suggestione poetica: le statue antiche, immerse nel silenzio di corridoi, depositi, magazzini, sale sigillate, sprofondano in un sonno carico di sogni, memorie, allucinazioni e desideri, tra scampoli del loro passato e acrobazie visionarie. Le opere contemporanee, le apparizioni evanescenti, le stesse sale del museo, i simboli riemersi e i miti evocati, sembrano arrivare da quest’esercito di simulacri a riposo, in attesa di essere riscoperti e interrogati. Tra cortocircuiti temporali, contaminazioni e accostamenti, nella cornice lirica di un grande sogno collettivo, Quando le statue sognano riporta al presente alcuni archetipi inesauribili, tra i quali l’Uomo, la Natura, il Sacro, restituiti ed elaborati fra opere della collezione e opere contemporanee.

GLI ARTISTI E LE OPERE
Il percorso si apre con una preziosa serie di scatti di Ferdinando Scianna (Bagheria, Palermo, 1943), realizzati al Salinas nel 1984: ne è protagonista Jorge Luis Borges, anziano e già cieco – sarebbe scomparso due anni dopo -, mentre sfiora alcune statue della collezione, nel tentativo di “vederle” con le mani. Un dialogo intimo tra il grande poeta – che sulla dimensione del sogno e la condizione del buio scrisse pagine memorabili – e i corpi marmorei ospitati nelle sale del museo: una muta conversazione, un ideale “reciproco ascolto”, di cui Scianna colse le intensità e i movimenti, nel buio di un’invisibilità tramutata in visione interiore.
Lungo il percorso si alternano poi le opere contemporanee di Alessandro Roma (Milano, 1977), 108/Guido Bisagni (Alessandria, 1978) e Fabio Sandri (Valdagno, Vi, 1964), in dialogo con alcuni reperti delle collezioni archeologiche: tutti materiali recuperati, riscoperti e individuati dai curatori, in accordo con gli stessi artisti. Una selezione che si concentra sull’antica Roma e sull’eredità della cultura greca, in un susseguirsi di corsi e ricorsi, temi, opere, mutamenti e assonanze, che riflettono il complesso processo di formazione del moderno Museo. In mostra sono inoltre già presenti due importanti anteprime del futuro allestimento: nella Stanza del Mosaico la straordinaria Menade Farnese, esposta in rare occasioni – inclusa una recente mostra al Museo Salinas -, valorizzata qui da una collocazione dal forte impatto visivo, mentre nel prolungamento della Sala Ipostila sarà visibile il maestoso Ariete bronzeo da Siracusa, donato al museo da re Vittorio Emanuele II. Felice debutto, invece, per le teste votive di Cales, da un’affascinante serie di ex voto in terracotta (IV-II secolo a.C): acquisite a metà Ottocento dal Museo della Regia Università di Palermo, non erano mai state esposte tra le sale del Museo.
Ed è proprio l’Ariete a ispirare due delle opere esposte da 108/Guido Bisagni, artista visivo e sonoro con un linguaggio nutrito di astrazioni, suggestioni noise e dark, ispirazioni post-industrial e post-graffiti. Meccanica Intangibile (2019) è un dittico su carta dedicato al concetto di doppio e di tensione tra opposti, in cui la forma dell’animale, l’evocazione del suo gemello distrutto e la potenza della sua rappresentazione diventano esercizio di astrazione pura, tra smaterializzazioni e morfogenesi oscure. L’ariete (2019) è invece il suo primo libro d’artista in copia unica, interamente realizzato a mano, composto da 60 disegni a inchiostro: un processo creativo che si avvicina, secondo l’artista, a un moderno rituale misterico.
Completano il corpus quattro tracce sonore – Silvano serale, Raijin (I Signori della pioggia), Silvano notturno, Inno alla notte (2019) – che realizzano un soundscape (paesaggio sonoro) chiaroscurale, vespertino, intriso di riferimenti a Orfeo e alla natura. I suoni elettronici si mescolano qui a field recordings (registrazioni sul campo) realizzati in giro per il mondo: insetti e animali selvatici di un bosco del Minnewaska State Park, all’interno di una riserva indiana sulla Shawangunk Mountain (New York), il rumore della pioggia a Kyoto e la voce dei ruscelli sugli Appennini; infine sussurri e bisbigli, evocativi della lettura degli antichi Inni Orfici. In dialogo con diverse opere archeologiche è invece il lavoro di Alessandro Roma, che espone una serie di ceramiche variopinte ispirate a temi naturalistici, forme in transizione, corpi vegetali in mutazione: un’idea di archeologia fantastica, protagonista di sogni e memorie, che le stesse statue, nel silenzio, sembrano coltivare. Così è per la Menade, seguace di Dioniso, simulacro di un mondo antico intrecciato con narrazioni mitologiche e feroci rituali, di cui si rintraccia, nelle sculture informi dell’artista, un riflesso materiale e allucinato.
Una serie di opere su stoffa, Forms in transition (2018) e Drawing I, II, III (2018), mette quindi in scena una natura selvatica, frammentata, esasperata, in cui i riferimenti alla figurazione si offrono a una progressiva smaterializzazione, diventando il doppio onirico di statue e reperti (dal gruppo di Eracle e la Cerva all’alto candelabro marmoreo del II sec. d. C.). E sempre la Menade Farnese è fonte di ispirazione per il lavoro di Fabio Sandri, che in Menade (2019) realizza un ritratto della celebre scultura, assemblando quattro immagini storiche corrispondenti alle quattro tappe del lungo viaggio che, tra il ‘500 e gli anni ‘50 del secolo scorso, ha condotto la monumentale statua fino a Palermo. Realizzata proiettando le immagini su carta fotosensibile, l’immagine ottenuta in negativo, scansionata e invertita digitalmente, ha generato una nuova immagine in positivo. Con la stessa tecnica l’artista realizza Trasporto (Polydeukion) (2019), proiettando su carta fotosensibile il video di un pregevole ritratto del II sec. d.C., tenuto fra le braccia di una figura senza volto. L’immagine risultante è un’impronta del film, una somma di tutti i fotogrammi in movimento, capace di restituire l’apparente immobilità delle cose e la loro infinita, inevitabile progressione.
Incarnato (Satiro Versante), Incarnato (Pan), Incarnato (Cesare), Incarnato (Ritratto di Partinico) e Incarnato (Accumulo) (2019) sono dedicate ad alcune teste d’epoca romana, individuate tra opere del museo non ancora esposte: le immagini, realizzate su superfici in continua impressione e generate senza l’ausilio di una macchina fotografica, continueranno a mutare e sbiadire per effetto della luce ambientale, fino alla sparizione totale, trasformandosi via via in scarti o detriti. Fotografia come performance, ma anche come reperto e lenta accumulazione.

INFO

Ugo Mulas – Arte E Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!”
> Palermo > Orto Botanico > dal 25 gennaio al 14 marzo 2020

Ugo Mulas - Arte E Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!”

Una selezione di 60 stampe originali vintage del maestro della fotografia italiana  Ugo Mulas.
L’esposizione, curata da  Maria Chiara Di Trapani,  intende ripercorrere nelle sale del Tineo il fermento culturale creato da artisti, critici e intellettuali dal secondo dopo guerra, con un’attenzione al lavoro di Ugo Mulas come fotografo ufficiale dell・Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia dal 1954 al 1970.
L’intima relazione tra arte e fotografia è il tema centrale di questa esposizione e il fulcro più profondo della carriera di Ugo Mulas.
Uno speciale approfondimento propone le sequenze fotografiche realizzate durante i giorni di apertura della XXXIV Biennale d’arte di Venezia.
Testimonianza della storica protesta degli artisti partecipanti alla Biennale di Venezia del 1968 e della chiusura integrale dei padiglioni espositivi in rivolta contro il vecchio sistema culturale sancito dallo statuto della Biennale.
Molti gli artisti che esporranno le loro tele capovolte, o celate sotto gli imballaggi coperti da slogan scritti in tutte le lingue : “Sotto le condizioni presenti alla Biennale non vogliamo aprire la nostra esposizione”.
Fissati su celluloide memorie e ritratti dei protagonisti di quel periodo: artisti, curatori, critici e intellettuali come Cy Twombly, Emilio Vedova, Enrico Baj, Titina Maselli, Mario Schifano, Carla Lonzi e Gillo Dorfles, Pietro Consagra, Pomodoro, Philippe King e molti altri. Immagini che hanno la forza e l’immediatezza del reportage per presentare al pubblico un momento cruciale nella storia dell’arte italiana e la relazione dinamica tra il sistema dell’arte e la fotografia.
Arricchiscono il percorso una galleria di ritratti dei principali intellettuali militanti esponenti della scena culturale italiana di quel periodo, come Pier Paolo Pasolini colto mentre dirige le riprese di Teorema, poeti come Eugenio Montale e Giuseppe Ungaretti, all’attrice Claudia Cardinale, ad Elio Vittorini e Goffredo Parise.
Il percorso oltre le immagini della Biennale, è arricchito dalla presenza di un video realizzato con gli inediti, tratti dal telegiornale nei giorni dell’apertura del 1968 custoditi nelle Teche Rai. A cura di  Maria Chiara di Trapani,  in collaborazione con il  SiMua  (Sistema Museale di Ateneo),  lOrto Botanico dellUniversità degli Studi di Palermo  e  CoopCulture.

Ugo Mulas – Arte E Fotografia “Non apriamo sotto queste condizioni!”
Orto Botanico di Palermo
dal 25 gennaio al 14 marzo 2020

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Gauguin – Diario di Noa Noa
> Catania > Palazzo della Cultura > dal 15 novembre 2019 al 31 marzo 2020

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Dal 15 novembre 2019 al 31 marzo 2020 il Palazzo della Cultura di Catania ospita due mostre “Cina – Arte in movimento” e “Gauguin – Diario di Noa Noa”.

Cina – Arte in movimento

a cura di Daniela Arionte, Giacomo Fanale, Giuseppe Frazzetto e Vincenzo Sanfo.

La mostra accompagnerà le opere d’arte contemporanea, con esempi di arte antica di alto artigianato e di arte propagandistica relativa agli anni del maoismo e della rivoluzione culturale.
Vi saranno opere di artisti fortemente legati alla tradizione culturale e politica del paese, ma anche esempi di artisti dissidenti o comunque, critici verso la società cinese, come Ai WeiWei, Xiao Lu, Song Yongping, artisti ormai storicizzati e tra i protagonisti della famosa mostra “ Avantgarde“ che si tenne a Pechino con l’occupazione del Museo Nazionale d’Arte e che culminò con l’arresto, da parte della polizia, degli artisti che parteciparono alla protesta messa in atto con quella mostra.

Accanto a questi, ormai storici artisti vi saranno alcuni dei protagonisti della generazione attuale, meno critica, figlia di questa epoca di apertura economica e di lenta apertura sia sociale che culturale e, sopratutto foriera di un benessere che sta coinvolgendo sempre più larghi strati della popolazione. Tra gli altri Zhang Hongmei, Wang Liu Yan, Wu Dewu e Xu Deqi.

Gauguin – Diario di Noa Noa

a cura di Giovanna Giordano e Vincenzo Sanfo.

In mostra oltre sessanta opere, tra cui le 21 xilografie pensate e realizzate da Gauguin appositamente per illustrare il suo primo diario polinesiano e stampate dal suo amico, Daniel de Monfreid. Le opere esposte, racchiudono e raccontano tutto il mondo selvaggio, primitivo e sciamanico, che colpì e ispirò così profondamente e in maniera indelebile, l’arte di Gauguin.

Assieme alle magiche xilografie, saranno esposte anche due straordinarie opere scultoree, una terracotta chiamata “Hina et Tifatou o Vases aux Quatre Dieux“ di cui un esemplare è custodito al Musee d’Orsay“ e che, recentemente è stata esposta al Moma di New York, affiancata da un bronzo “Tii a la coquille o Idole a la coquille “ tratta dal legno scolpito, nel 1896 e, attualmente custodito, anch’esso, al Musee D’Orsay di Parigi.

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UN BEL RICORDO E’ GIA’ RITORNO Francesco Impellizzeri
> Trapani > Museo d’Arte Contemporanea San Rocco > 16 novembre 2019 al 20 aprile 2020

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L’esposizione rivelerà l’eclettico sviluppo del percorso artistico dell’artista trapanese, che vive da circa 40 anni a Roma, partendo dall’infanzia fino ad arrivare ai giorni nostri, in cui saranno messi a confronto disegni, dipinti e istallazioni. Una trentina di opere su carta, tela, plexiglass, vinile, vetro e marmo, realizzati a Trapani, Roma, Madrid e Parigi, saranno protagoniste di un’esposizione impaginata negli storici spazi del museo, arricchita da una serie di video delle principali performance e da un video di Ignazio Fabio Mazzola sulle recenti opere di Impellizzeri. La mostra di Trapani vedrà la conclusione di un progetto espositivo, che segna il ritorno di Impellizzeri nei luoghi di appartenenza, iniziato nel giugno scorso al Museo delle Trame Mediterranee di Gibellina, con l’istallazione SOUVENIR, e a luglio presso il Polo Museale Cordici di Erice, a cura della Fondazione Erice Arte, con SAGOME ALLA RIBALTA. Alla fine dell’anno verrà pubblicato un catalogo che raccoglierà foto, testi critici e testimonianze di questi tre eventi espositivi.

La mostra è a cura del Museo di Arte Contemporanea San Rocco di Trapani e realizzata con il patrocinio del Comune di Trapani, della Fondazione Orestiadi di Gibellina e dei Laboratori Officina di Trapani.

Francesco Impellizzeri nasce a Trapani nel 1958 e si diploma in Pittura all’Accademia di Belle Arti di Roma, dove vive e lavora.Nelle prime esposizioni ha privilegiato la figura per poi proseguire con una ricerca pittorica su segno/colore in rapporto alla musica e al ritmo, mentre dal 1990 propone performances con personaggi che, attraverso foto, pittura, video e istallazioni, criticano giocosamente la nostra società. Ha esposto presso importanti gallerie e musei e istituzioni nazionali, come la Biennale di Architettura di Venezia e dal 1997 al 2007 con la galleria Espacio Minimo di Madrid e nel 2003 alla mostra itinerante Don’t call it performance che, dal Museo Reina Sofia si è conclusa al Museo del Barrio di New York nel 2004. Dal 1987 al 2014 è stato collaboratore dell’artista Carla Accardi e oggi fa parte del comitato scientifico dell’archivio Accardi Sanfilippo.
Francesco Impellizzeri aveva già esposto a Trapani nel 1996 in occasione della mostra TRAPANO (catalogo della mostra a cura di Claudio Cerritelli) presso i Laboratori Officina.

via Carlo Guida, Trapani
dal 16 novembre 2019 al 13 aprile 2020
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Sharon Ritossa – Foibe
> Palermo > Museo archeologico regionale “Antonino Salinas” > dal 10 febbraio al 29 marzo 2020

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Un evento pensato per le celebrazioni del 10 febbraio, “Giorno del Ricordo” dedicato alle vittime delle Foibe e al massacro che si consumò in due ondate storiche (autunno del 1943 e primavera del 1945) nelle ex Province italiane in terra jugoslava: territori storicamente contesi, etnicamente misti, teatri di violenze, negazioni identitarie, tensioni e processi di repressione.

Tra le sale del primo piano trova posto  – con un inedito allestimento studiato ad hoc e una nuova produzione video – l’articolata ricerca dell’artista sulle Foibe, vicenda a lungo dimenticata, spesso negata o ideologizzata, non sufficientemente capita e restituita a una corretta dimensione storica e culturale. Il numero delle vittime – diverse migliaia – è tutt’ora incerto e difficilmente calcolabile, tra dispersi, cadaveri senza nome, resti rinvenuti e corpi perduti nell’oblio della storia.

Triestina di origini istriane, classe 1987, laureata in Lettere e filosofia alla Sapienza di Roma, Sharon Ritossa si è specializzata poi in Fotografia all’Isia di Urbino con una tesi sull’esodo giuliano-dalmata, ricerca compiuta in collaborazione con l’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata. Da qui nasce il ciclo “Foibe”, racchiuso nel 2016 in un prezioso libro d’artista prodotto durante una residenza da Fabrica, il centro di ricerca per la comunicazione di Benetton group. I testi sono scritti in più lingue, in riferimento alla natura multietnica di quei territori e dello stesso sterminio consumatosi contro le popolazioni: oltre che inglese, italiano, croato, sloveno, tedesco.
«Le foibe – spiega la curatrice della mostra Helga Marsala – nelle immagini di Ritossa non sono spunto di una contesa ideologica, né argomento di una narrazione retorica, facilmente emotiva, tra cronaca e romanzo. Si tratta piuttosto del gesto di una studiosa, condotto tra fotografia concettuale, ricerche d’archivio e riflessioni di natura estetica intorno allo sguardo, ai processi della visione, alla tensione tra visibile e invisibile, alla percezione del vuoto. Sempre indagando la natura del paesaggio e il ruolo del territorio nelle dinamiche socio-culturali».
Sharon Ritossa sceglie di affrontare il tema dal punto di vista del paesaggio e dell’esplorazione geologica, indagando – attraverso l’obiettivo fotografico e con l’ausilio di un drone, secondo varie angolazioni prospettiche – 18 delle 33 foibe oggi documentate. Un approccio in qualche modo freddo, rivolto alla natura dell’aspro territorio carsico, che fu testimone muto di una strategia dell’orrore messa in atto dal regime comunista nei confronti degli oppositori: moltissimi italiani, fascisti e anche antifascisti ostili a Tito, e poi croati, sloveni, tedeschi. Gettati, vivi o morti, nelle fosse scavate per millenni dai corsi d’acqua sotterranei.
La struttura del libro, concepito come una griglia di 18 pattern quadrati, corrispondenti al nucleo di foibe studiate, è il cuore dell’esposizione, spazializzato e proiettato nell’ambiente per mezzo di testi, elaborazioni grafiche, lightbox, stampe fotografiche o serigrafiche su diversi materiali, fino a un breve video ipnotico realizzato per l’occasione, nuovo tassello di un iter aperto e complesso.

 

Sharon Ritossa – Foibe

Museo archeologico regionale “Antonino Salinas”

10 febbraio – 29 marzo 2020

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Giovanni Leto – Ritratto d’ignoto
Palermo > Palazzo Riso Museo regionale d’Arte Contemporanea > dal 05 Dicembre 2019 al 05 Febbraio 2020

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“Ritratto d’ignoto” dà voce ad una personale e originale interpretazione dell’artista sul suo essere nel mondo e rappresentarlo, come in un gioco di scatole cinesi, attraverso altre “rappresentazioni” di mondo: le pagine dei quotidiani.

La carta dei giornali è, infatti, la materia principale della sue opere, arrotolata in strisce, stratificate e poste in relazione al fondo della tela e alle pennellate di colore che spesso ne contornano la spazialità.

Come afferma Franco Lo Piparo, nel testo critico presente nel catalogo della mostra: “Le rappresentazioni artistiche di Leto sono costruite con la materialità di altri pezzi di mondo che sono essi stessi immagini del mondo”.

La scelta stessa del titolo allude alla rappresentazione di ciò che si ignora o non si può vedere. Come afferma Lo Piparo: “ Tutta l’arte religiosa e sacra altro non è che la rappresentazione dell’invisibile. Si può dire di più, tutta l’arte figurativa è un mostrare ciò che non si vede. Anche l’arte cosiddetta realistica. Per il semplice fatto che in un’immagine c’è sempre un’idea. Un’immagine, qualunque essa sia, ha in sé un discorso o, ancora meglio, una molteplicità di discorsi possibili. Capire un’immagine equivale a spiegarne il senso con parole. Un’immagine conterrà tanti sensi quanti sono i discorsi possibili che la spiegano. Questo vale in special modo per le opere qui raccolte. L’oggetto rappresentato è altamente filosofico e (meta)fisico: la intelaiatura fondamentale dell’universo. Il tempo, la materia, la forma, l’energia, l’origine dell’universo. In poche parole, Dio nella versione della scienza contemporanea”.

La materia prima di qualsiasi interpretazione possibile, al di là di ogni significato e significante, è dunque protagonista in questa mostra.

Le opere, quadri e installazioni, si dispiegano nello spazio espositivo declinando quei concetti che stanno alla base del lavoro di Giovanni Leto – tempo, spazio, forma; materia, energia; memoria, oggetto, segno – ma sempre attraverso l’uso delle carte e delle stoffe arrotolate e fittamente addossate le une alle altre, secondo una pratica artistica, adottata a partire dagli anni ottanta nella serie “Orizzonti”, divenuta cifra stilistica dell’artista. Tale pratica si evolve negli anni successivi in concrezioni che lievitano e crescono, delineandosi sempre più come oggetti tattili di rinnovata spazialità, oppure iniziano a sfaldarsi, lasciando il posto alla materia pittorica.

Giovanni Leto nasce a Monreale (Palermo) nel 1946. Frequenta a Palermo Decorazione Pittorica all’Istituto Statale d’Arte e Pittura all’Accademia di Belle Arti. La sua ricerca pittorica si è sempre fondata su un acuto interesse per i materiali, collocandosi dapprima in ambito informale, poi approfondendo la valenza tattile dei vari materiali impiegati. A partire dagli anni ottanta protagonisti nelle sue opere sono prevalentemente i fogli di giornale attorcigliati manualmente e stratificati sulla superficie della tela. Nel decennio successivo la sua ricerca si concentra sulla creazione di una differente semantica, volta a coniugare fisicità e spazio, cosicché l’opera lascia la parete e si manifesta nella sua totale tridimensionalità. A questi anni appartengono opere de “Il corpo a corpo con lo spazio della pittura reificata” esposte nella mostra personale a Bagheria, presso la Galleria Ezio Pagano. Seguono una serie di installazioni cartacee ed opere ambientali, tra le quali “Made in Italy” (2011) esposta alla 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, iniziativa speciale per il 150° Anniversario dell’Unità d’Italia. La produzione artistica degli ultimi anni è composta da lavori in cui la carta attortigliata cede lo spazio ad ampie campiture di colore e ad installazioni più “oggettuali”, come “Corpus temporis”: una serie di involucri cartacei che pendono dal soffitto sorretti a mezz’aria da fili di nylon, sospese “nel tempo e nello spazio”. Il corpo in balia del tempo: le informazioni contenute nei fogli di giornale si consumano, sbiadiscono parole, eventi e concetti che assumono la valenza dell’Oltre; presenze scarne, spoglie di significati, corpi divenuti prima scheletri e poi polvere che lo spazio assorbe e disperde.

 

Giovanni Leto – Ritratto d’ignoto
Palermo > Palazzo Riso Museo regionale d’Arte Contemporanea > dal 05 Dicembre 2019 al 05 Febbraio 2020

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O’TAMA. Migrazione di stili
> Palermo > Palazzo Reale > dal 7 dicembre 2019 al 6 aprile 2020

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Fu la prima artista orientale a giungere in Europa e per 51 anni visse a Palermo, tra il 1882 e il 1933: riuscì ad abbattere le resistenze del sistema legato alla statica classicità. La sua migrazione da Tokyo costituì, quindi, opportunità di innovazione. L’arte orientale, fino ad allora considerata una minaccia per l’arte ufficiale, contaminò e arricchì l’espressione artistica italiana. È O’Tama Kiyohara, a cui è dedicata la mostra “O’Tama. Migrazione di stili”, organizzata dalla Fondazione Federico II con il patrocinio dell’Ambasciata del Giappone in Italia in collaborazione con il Centro Regionale per il Restauro, il Museo delle Civiltà – Museo Nazionale Preistorico Etnografico “Luigi Pigorini” e il Liceo Artistico “Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara”.

L’esposizione è in programma dal 7 dicembre fino al 6 aprile 2020 a Palazzo Reale in un rinnovato corridoio Dogali e negli Appartamenti Reali, con più di 80 opere, tra cartoni, manufatti, tessuti e 46 acquerelli, visibili per la prima volta dopo essere stati restaurati per l’occasione. Ancora una volta la Fondazione Federico II affronta il tema della migrazione e ne coglie gli aspetti positivi. Dal Pacifico al Mediterraneo l’artista affrontò un viaggio che divenne una scelta di vita, un cambiamento imposto da due mondi fortemente difformi.

Dopo approfondite ricerche e confronti con i maggiori studiosi della materia, la Fondazione ha ricostruito idealmente un complesso percorso iniziato nel 1882 quando l’artista giunse a Palermo da Tokio per seguire lo scultore palermitano Vincenzo Ragusa. Nella Palermo di fine Ottocento O’Tama Kiyohara è stata pioniera di un percorso artistico, culturale e didattico votato al progresso e all’innovazione.

Pittrice raffinatissima, O’Tama Kiyohara realizzò in effetti una sintesi artistica tra tecnica, eleganza stilistica e realismo, emblema del grande sogno condiviso con Vincenzo Ragusa di un percorso culturale in grado di dare vita ad una scuola-museo. Questo grande progetto, purtroppo, dovette infrangersi su uno stato di abbandono economico legato alla politica che non trovò soluzioni neppure tramite l’allora ministro di Grazia, Giustizia e dei Culti, Finocchiaro Aprile, ritrovando nella sua volontà di creare cultura sperimentale, una forma di crescita in merito a specializzazioni e divulgazioni di arte locale e internazionale.

“Giunta a Palermo – dice la storica dell’arte ed esperta di giapponismo, Maria Antonietta Spadaro -, O’Tama si è trovata a confrontarsi con tutta la storia dell’arte italiana. La sua è una pittura fuori dal tempo, eclettica e variabile. Scelse di utilizzare tecniche che non esistevano in Giappone. Esempio ne è il dipinto della Notte dell’ascensione che lei rappresenta in un notturno. Tutti i pittori del periodo avevano dipinto Monte Pellegrino ma mai di notte. Inventa una visione dall’alto, della passeggiata della Marina, un cielo nuvoloso, i lampioni che fino a quel momento nessuno aveva ritratto. Una novità assoluta i lampioni elettrici per Palermo e per tante altre città. Solo i futuristi lo faranno qualche tempo più in là”.

La collezione degli acquarelli inediti presentati di O’Tama Kiyohara – proveniente dal Museo “Vincenzo Ragusa e O’Tama Kiyohara” – può essere ricondotta a due gruppi di tipologie a seconda del soggetto rappresentato: gli acquarelli ikebana (o composizioni floreali) e quelli a soggetto botanico.

L’arte giapponese che riteneva si potesse fare a meno dell’ombra e della prospettiva a tutto vantaggio delle composizioni decorative, viene contaminata dalla luce della Sicilia Difficile interpretare la natura interiore di O’Tama: la sua identità non è un luogo o una porzione del mondo, ma diversi modi di essere.

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Ryan Mendoza – Active Shooter
> Catania > Fondazione Brodbeck > dal 24 novembre 2019 al 01 marzo 2020

Ryan Mendoza – Active Shooter

L’artista americano da poco più di un anno vive tra Berlino e le pendici dell’Etna, a Dagala, dove nel verde dell’attiva signora, ha impiantato il suo nuovo studio.
La ricerca di Mendoza è lo specchio su cui si riflette, in un impietoso gioco di rimandi, l’immagine decadente della società contemporanea. Active Shooter allude ad una personalità ironica, dalla presunta onniscienza, un attivo sparatutto, abile mistificatore e geniale sapientone, un simpatico minchiataro… un tenero eroe quotidiano. Lo si potrebbe parafrasare, con debito rispetto, a un altro titolo ben più noto e siciliano fino al midollo: uno, nessuno e centomila.

Capolavoro della letteratura del ‘900 con il quale Luigi Pirandello racconta le persone.
Persone, la cui etimologia risale al latino personam: maschera d’attore, e maschere sono i soggetti di Mendoza, sempre in bilico tra l’essere superuomini e le loro intime fragilità.
Negli spazi della Fondazione le opere invitano ad un percorso inedito, dove il fruitore appare come un voyeur colto in flagrante nell’atto di spiare angoli nascosti in cui si consumano vicende interiori e ambigue di normale quotidianità.
Scene allestite in fatiscenti locali arredati con pretenziose carte da muro che riecheggiano lo sfarzo delle antiche dimore siciliane, sulle quali Mendoza dipinge provocatori e comuni slogan, debitamente censurati, e persone. Motti ed eroi comuni, una eco distorta, distonia personale che tristemente svela le nostre debolezze e decadenza. Comunque svela la formula magica grazie alla quale la società ci accetta.
Nei suoi dipinti è evidente lo scontro tra valori opposti: ambiguità, xenofobia, dominazione, pornografia, lussuria, voyeurismo, odio … fanno il verso a chiarezza, integrazione, dipendenza, castità, riservatezza, amore, intimità … senza mai esprimere un giudizio, pongono interrogativi inquietanti sui valori su cui si fonda la nuova etica sociale.
Nelle sue pitture traspare la grande capacità di legare la visione pop e orizzontale della cultura americana, con la stratificazione barocca del pensiero europeo, creando in tal senso quel cortocircuito che stuzzica la capacità critica e invita a riflessioni su come appariamo e su come intimamente siamo, in un gioco ambiguo e tanto intrigante quanto è la personalità ironica e seria dell’artista americano.
I dipinti dialogano con altri elementi scultorei, gli “specchi”. Ricche cornici in ceramica, specchiere vuote che, come buchi neri, risucchiano persone e restituiscono individui. Meccanismi in grado di fermare il tempo e trasportare in una dimensione personale in cui cade la maschera e si manifesta l’intima coscienza di ciascuno.
Una mostra mirabile dove l’irriverenza spocchiosa dell’artista americano, la sua poetica sfacciata e ironica, ci costringono a guardare oltre per scoprire un individuo che nel rispetto dei valori pubblici e privati sposta il limite della propria coscienza sempre più in avanti, nella speranza di apparigliarla con i propri sogni.
Ryan Mendoza, Active Shooter.
Fondazione Brodbeck,
Via Gramignani 93,  Catania
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