10 mostre da visitare in giro per la Sicilia. AGOSTO 2019

CONSAGRA. ARCHITETTURA
> Marsala> Convento del Carmine > dal 6 luglio e fino al 20 ottobre 2019

CONSAGRA. ARCHITETTURA

A Marsala omaggio all’architettura di Consagra, la scultura come “divertimento del vivere”Il riscatto delle città attraverso la libertà e l’immaginazione dell’arte

Convento del Carmine, dal 6 luglio al 20 ottobre 2019
Scultura e spazio urbano. Scultura e dimensione ambientale. Ma anche scultura come confine tra materia e tempo, come movimento e trasformazione delle cose che pervade anche l’architettura e la sua percezione logica e spaziale. Scultura come “divertimento del vivere”.
A distanza di cinquant’anni dalla pubblicazione de “La città frontale”, volume in cui lo scultore Pietro Consagra – l’autore della monumentale “Stella”, icona di Gibellina e dell’utopica rinascita del Belìce nel segno dell’arte – espone ed articola la sua profonda riflessione teorica sull’architettura e sul suo personale e felice percorso di ricerca, il Convento del Carmine di Marsala dedica al maestro una grande mostra dal titolo “Consagra. Architettura”, in programma dal 6 luglio e fino al 20 ottobre 2019. A cura di Sergio Troisi, è realizzata in collaborazione con l’Archivio Pietro Consagra di Milano ed organizzata dall’Ente Mostra di Pittura “Città di Marsala”.

Una cinquantina le opere oggetto dell’allestimento e impaginate fra le sale dell’antico convento e alcune incursioni nel paesaggio: a cielo aperto, nella luce inflessibile del Sud e tra le essenze mediterranee dell’antico chiostro dei padri carmelitani. Selezionate dal curatore, sono il paradigma della poetica di Consagra (Mazara del Vallo 1920 – Milano 2005) e del legame dell’autore fra la propria scultura e l’architettura, enunciato proprio ne “La città frontale”, dove scrive: “Quando ho pensato ad una scultura, la città era presente come umore e come istigazione formale, come classe estetica e come creatura sensibile, come emozione politica e come sentimento”. Lo stesso Consagra che, per l’opera prospiciente il mare, in Piazza Mokarta a Mazara del Vallo (1964), introduce il tema del “confine conturbante fra materia e tempo” e quel concetto di “divertimento del vivere” che è quasi un manifesto programmatico della nuova imminente e florida fase creativa: la scoperta del colore, lo sciogliersi della forma, l’andamento curvilineo, la conquista della leggerezza dei cicli Piani Sospesi, dei Ferri trasparenti e dei Giardini.
Spiega il curatore, Sergio Troisi: “Proporremo i modelli, i colorati progetti di facciate, la serie delle “Porte del Cremlino” e un nucleo di dipinti, ordinati in un percorso che vuole evidenziare come, nella visione dell’architettura, confluiscano alcuni temi centrali della ricerca di Consagra, quali il colore e la trasparenza, indagati durante gli anni Sessanta anche con i “Piani appesi” in faesite e le “Sottilissime” in acciaio”.
E non è casuale la scelta di allestire a Marsala una mostra dedicata a questo aspetto dell’opera di Consagra. “E’ qui, infatti, nella provincia di Trapani – continua Troisi – che l’artista ebbe modo di elaborare in forma compiuta i suoi progetti: con le architetture di Gibellina – il “Meeting”, il cui restauro è in fase conclusiva, il Teatro rimasto incompiuto e la grande Stella divenuta simbolo del Belìce (presenti i modelli) – e per Mazara del Vallo, la sua città natale, con il progetto di facciata per il Palazzo del Comune con cui voleva rimediare allo scempio edilizio che dagli anni Settanta oltraggia una delle più belle piazze siciliane. L’interesse di Consagra per l’architettura, cui ha dedicato numerosi scritti e interventi, muove infatti da una posizione innanzitutto morale: riscattare, attraverso la libertà e l’immaginazione dell’arte, la città da quel destino di puro strumento economico a cui le pratiche urbanistiche del dopoguerra l’hanno consegnata”. Alla mostra è dedicato un catalogo (Edizioni Caracol, Palermo).

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Architetture barocche in argento e corallo
> Catania > Castello Ursino > dal 20 luglio al 20 ottobre 2019

Architetture barocche in argento e corallo

La Sicilia sarà, dal 20 luglio al 20 ottobre, la sede espositiva di ventisette capolavori in argento, corallo e filato d’oro realizzati, tra il 1650 e il 1772, nei laboratori artistici dell’Isola da maestranze trapanesi e messinesi. La mostra, organizzata dalla Regione Siciliana, verrà ospitata nel Castello Ursino di Catania.

Il “paliotto”, protagonista dell’esposizione, per la sua collocazione all’interno dello spazio scenografico della chiesa, trova nella lunga storia degli arredi sacri molteplici versioni interpretative di tecniche artistiche, materiali e soluzioni decorative e si distingue per le precise soluzioni determinate dallo schema compositivo e dal materiale impiegato. Tra gli esemplari più suggestivi vi sono quelli interamente realizzati in argento e quelli mobili con supporto tessile ricamato in cui i principali materiali usati sono l’oro e l’argento, per i filati, i fili di seta policroma, ma anche le perle, le gemme, tra le quali il corallo, al quale fin dall’antichità si sono attribuiti significati e proprietà che lo hanno legato al sacro. L’esposizione è stata ideata da Rosalba Panvini e Salvatore Rizzo, Curatore anche della ristampa del catalogo che accompagnerà il percorso museale.

Tra il Seicento e il Settecento, durante l’affermazione dello stile Barocco, in Sicilia, il paliotto costituì il fulcro costante degli apparati decorativi della chiesa e soprattutto particolari sono quelli a soggetto architettonico in cui l’iconografia che li caratterizza è incentrata sulla rappresentazione di elementi di vario genere quali il portico, il belvedere, il prospetto dei palazzi, il pergolato che sorge nei rigogliosi giardini o spazi urbani, le vedute naturalistiche sempre in prospettive centrali. L’opulenza del manufatto, i temi trattati e i colori usati diventarono anche il mezzo per comunicare ai fedeli attraverso la bellezza la grandezza di Dio, ma anche strumento per celebrare il potere terreno della Chiesa.

 

INFO

Pyongyang Rhapsody
> Catania > Vecchia Dogana > dal 25 maggio al 24 settembre 2019

MAX PAPESCHI, Verily Verily, I say unto you...

Pyongyang Rhapsody” è la narrazione in forma di parodia, con immagini che appartengono al campionario della cultura occidentale, dello storico primo vertice tra il presidente USA, Donald Trump, e il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un. Un summit dal considerevole spessore politico e diplomatico – avvenuto il 12 giugno del 2018 – con cui i due leader hanno sancito pubblicamente e davanti agli occhi del pianeta la “pax” fra le due potenze mondiali, impegnate fino a qualche mese prima a frequenti scaramucce e minacce.

L’episodio, e tutta la sua liturgia di cerimonie, protocolli e strette di mano fra i due capi di stato, ha stimolato una divertente riflessione da parte dei due artisti: Papeschi, peraltro, non è nuovo a questo genere di operazioni avendo lavorato al progetto Welcome to North Korea (realizzato in collaborazione con Amnesty International) elaborando una fittizia e parodistica propaganda di regime per svelare gli orrori perpetuati da Kim Jong Un.

L’incontro con Max Ferrigno dà vita a questa “Pyongyang Rhapsody”, dialogo spassoso e grottesco, gioco di specchi tra due autorevoli personaggi che l’impaginazione simmetrica della mostra, ieri nei Cantieri Culturali alla Zisa di Palermo, oggi nella galleria della Vecchia Dogana, visualizza in forma di botta e risposta. Un divertente crescendo di immagini iconiche che culmina nelle due gigantografie fronteggianti pescate da Papeschi dall’antologia visiva del Rinascimento: da un lato Trump, sostituito a Gesù nella celeberrima Ultima Cena di Leonardo e che sembra fare i conti con l’imprevista solitudine di una lunga tavola abbandonata dai commensali; dall’altro Kim al centro della conchiglia nella Nascita di Venere di Botticelli, circondato da cloni di Dennis Rodman, giocatore di basket del quale è fan sfegatato.

Dal canto suo, Ferrigno, fedele all’estetica pop, rilegge le bandiere della Nord Corea trasformando il simbolo del paese asiatico in sex toys, mentre due pin-up/soldato – due è numero ricorrente in Pyongyang Rhapsody – fuoriuscite dalla perfezione formale di un manga o di un anime, salutano e ipnotizzano il pubblico ammiccando e alludendo, chissà, a un fantomatico golpe di donne perverse e dominatrici: primo passo verso un ipotetico regime da PinkPower.

“Da quella storica data 12 giugno 2018 – scrive la curatrice Di Trapani – Papeschi e Ferrigno si ritrovano oggi su un terreno ghiotto e altamente intrigante, in cui due sistemi, arte e politica, si elidono e sorreggono simultaneamente; risultando analoghi e speculari per funzionamento e peculiarità interne. Un terreno comune, quello della neo pop, attraversata parallelamente, dove il punto di equilibrio tra le due ricerche è soddisfatto in una relazione dialogica che esalta le sfaccettature e le diversità della stessa storia e che attraverso l’immagine innesta una nuova condizione. Mentre Papeschi ha un approccio da “Truman Show” dove il dato pubblicitario e divulgativo è alla base, Ferrigno racconta il retroscena del “Truman Show”. Due ricerche che hanno riconosciuto e assorbito la lezione di Warhol, profeta della trasformazione del costume e di ciò che il mondo dell’arte sarebbe diventato negli anni 2000, riconoscendo quindi al linguaggio commerciale la responsabilità di aver plasmato il concetto di collezionismo, scardinandone i canoni estetici e il concetto di consumo e unicità”. “Pyongyang Rhapsody”, prodotta a Catania da Asmundo di Gisira e Fondazione Jobs, è sostenuta dagli sponsor Bottega Frigeri, Antiques fuori le mura, Red Bull, Moak, Senturi e Hotaly.

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Gibellina PhotoRoad 2019
> Gibellina > dal 26 luglio al 31 agosto 2019

©-Joan-Fontcuberta_Gibellina-selfie

Installazioni fotografiche di grande formato, mostre outdoor, talk e proiezioni in una città che è uno dei più grandi musei d’arte contemporanea “a cielo aperto” del mondo.
È il Gibellina PhotoRoad, il primo e unico festival di fotografia “open air” e site-specific d’Italia.

Un’eccezionale occasione per ammirare alcuni fra i lavori fotografici più interessanti degli ultimi anni, presentati nello spazio urbano con visionari e innovativi allestimenti “all’aperto”, alla ricerca di nuove interazioni con il pubblico.

Il tema attorno al quale è incentrata questa edizione del festival è “Finzioni”.
Una dialettica, quella tra realtà e finzione, che da sempre è il fondamento stesso di tutte le arti. Dalla caverna di Platone fino al postmoderno, è sempre la realtà che offre spunti per alimentare la fantasia. Ma a sua volta è la fantasia – la cultura dell’uomo – che forma e trasforma la realtà, e la rende uguale a se stessa.
«Tra tutte le arti la fotografia è la prima a usare la realtà come irrinunciabile materia prima, eppure anch’essa, lo strumento tecnico nato per riprodurre gli occhi in perfetta copia, è una finzione: si inserisce negli angoli più nascosti del tangibile per renderlo talmente vero da sembrare irreale. D’altronde, chi l’ha detto che ciò che i nostri occhi vedono sia la realtà? La fotografia contemporanea, ormai molto lontana dall’essere considerata mera rappresentazione del reale, in questo è assoluta protagonista perché scompone la realtà: rielabora il passato immaginando il futuro, e crea tracce
di un’anti-realtà, o meglio di mille realtà altre possibili, tutto vere e false allo stesso tempo», spiega Arianna Catania, direttore artistico del Gibellina PhotoRoad.

Le trentadue mostre del festival Gibellina PhotoRoad

Sono oltre trenta, provenienti da diversi Paesi europei ed extraeuropei, gli artisti del fitto programma del Gibellina PhotoRoad 2019.
Gli svizzeri Taiyo Onorato & Nico Krebs, Christian Lutz, Nicolas Polli, Olivier Lovey, Manon Wertenbroek, i francesi Morgane Denzler, Sophie Zenon, Michel Le Belhomme; gli italiani Mustafa Sabbath, Incompiuto Siciliano, Gianni Cipriano, Federico Clavarino, Novella Oliana, Giammarco Sanna, Andrea Alessandrini, Giorgio Varvaro; dal Messico Monica Alcazar-Duarte, e Brian Mc Carty dagli USA, sono soltanto alcuni degli artisti di fama internazionale che animeranno la cittadina trapanese nei tre giorni di apertura del festival con incontri, talk, e proiezioni (26, 27, 28 luglio).

Attesissimo il ritorno in Sicilia, dopo l’anteprima dello scorso anno, di Joan Fontcuberta.
Fotografo e teorico dell’immagine, curatore e scrittore Catalano, Fontcuberta presenterà a Gibellina un immenso murales composto da 6075 mattonelle di immagini, selfie, foto di vacanze, feste e viaggi inviate dai cittadini gibellinesi all’artista che le ha poi ricomposte per formarne un’immagine unica.
La gigantesca opera collettiva permanente (13metri per 3,5) dal titolo “Gibellina Selfie- lo sguardo di tre generazioni”, sarà il più grande foto-mosaico murale di Fontcuberta al mondo, e verrà donato alla città, convertendosi in un’icona della stessa Gibellina.

Sulla scia dell’arte partecipativa, anche l’artista toscana Moira Ricci ha lavorato con più di 1.000 fotografie tratte dagli album di famiglia che i cittadini le hanno mostrato, per ricordare e raccontare
a tutti noi, la vita della loro amata città prima che il terremoto la cambiasse per sempre. Fotografie ritrovate tra le macerie delle proprie case. Da questo immenso patrimonio, Ricci ha messo in moto la sua straordinaria fantasia dando vita ad uno spettacolare collage colorato a mano, in cui riemergono soltanto i volti di donne, anziani, uomini, bambini, per ricostruire quella comunità e quel senso di appartenenza che nella città vecchia esisteva e che il terremoto così’ come anche il tempo e la modernità, hanno provato a cancellare.
L’opera sarà esposta a Palazzo di Lorenzo, un luogo simbolico e di grande suggestione, progettato nel 1981 dall’architetto Francesco Venezia per custodire i resti della facciata dell’originale omonimo Palazzo Di Lorenzo, crollato in seguito al terremoto del Belice. Posto al margine tra la città e la campagna, con il gioco tra interno ed esterno, rudere e modernità, memoria del passato è il luogo ideale per ospitare l’istallazione della Ricci, come punto di congiunzione tra vecchio e nuovo.
L’opera è parte del progetto “Start-Art, memoria in movimento”, realizzato grazie al “Premio Creative Living Lab” della Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane – DGAAP del MIBAC.

Il cortocircuito tra passato e presente è anche il filo conduttore dell’esposizione del grande maestro della fotografia italiana Mario Cresci. Autore di opere eclettiche caratterizzate da una libertà di ricerca che attraversa il disegno, la fotografia, il video, l’installazione, il site-specific. Per Gibellina PhotoRoad, l’artista prende inspirazione dalla città e dalla sua storia, connettendo il 1968 – anno in cui raccontò i terremotati del Belice e le loro proteste a Roma – al 2018, in cui descrive la città simbolo di quella catastrofe nel 50° anniversario È il marzo 1968, quando Cresci entra nel corteo dei terremotati a Roma e, per una semplice distrazione, nascono delle straordinarie doppie esposizioni in bianco e nero, con le quali l’artista stampa un nastro di 13 metri che espone per qualche ora nel centro di Roma. A distanza di cinquant’anni, nel 2018, Cresci torna a fotografare i luoghi del terremoto, alla ricerca di uno sguardo autonomo e lontano dalla semplice documentazione: un’osservazione molteplice delle architetture
e del paesaggio, che qui non si è stratificato nel corso dei secoli, ma nasce da una rottura, da una “fabula”, da un’utopia.
Ne viene fuori “Fabula ‘68-’18”, un insieme complesso di frammenti, un mosaico di visioni, riprodotte su una striscia di 50m che sarà istallata al centro di Piazza Beuys, dove si trova il gigantesco Teatro incompiuto di Pietro Consagra.

La forte presenza dei grandi artisti al Festival, non soltanto in ambito fotografico, è testimoniata anche dall’omaggio a Pietro Consagra, scultore tra i più prestigiosi esponenti dell’astrattismo italiano. Artefice della monumentale “Porta del Belice”, una grande stella alta 24 metri in acciaio inox che accoglie i visitatori all’ingresso di Gibellina, Consagra è anche il progettista del Teatro che porta in suo nome, rimasta l’opera incompiuta più mastodontica in questa parte di Sicilia occidentale. Per l’occasione, il “Teatro di Consagra” ospiterà una mostra dedicata al suo stesso progettista, ricordato per la teorizzazione della Città Frontale del 1968, in cui gli edifici si presentano come avvolgenti e accoglienti sculture abitabili, privi di angoli retti e in una disposizione urbanistica sfalsata “a maglia larga”.

La riflessione sull’incompiuto, è anche il centro della ricerca del collettivo Alterazioni video, ne
ha fatto uno stile per il quale è noto in tutto il mondo. Il suo “Incompiuto: La nascita di uno Stile”
è la prima indagine sul più importante stile architettonico italiano degli ultimi 50 anni. Attraverso un’estesa documentazione, raccolta in oltre dieci anni di ricerca e di interventi sul campo, Alterazioni Video racconta la prospettiva attraverso la quale rileggere il nostro paesaggio contemporaneo, con l’intento di fornire gli strumenti per conoscere un fenomeno che caratterizza il paesaggio italiano contemporaneo e rappresenta una prospettiva dalla quale leggere la storia recente del nostro Paese.

Le location

Baglio Di Stefano
Le Case Di Stefano vengono restaurate dagli architetti Collovà, Aprile, La Rocca nel 1981. Oggi è sede della Fondazione Orestiadi e del Museo delle Trame Mediterranee che conserva un’importante collezione d’arte contemporanea. In esterno è collocata “La Montagna di sale” di Mimmo Paladino. Il cortile ospita le Orestiadi di Gibellina, rassegna internazionale di teatro, alla sua XXXVIII edizione.

Municipio
La grande piazza su cui si affaccia il Palazzo Comunale, progettato nel 1972 da G. e A. Samonà, con Vittorio Gregotti, è circondata da un portico con pannelli in ceramica di Carla Accardi e Pietro Consagra (1985). Collocate le sculture “Città di Tebe” di P. Consagra, “Città del sole” di M. Rotella (1987), “Torre Civica” di A. Mendini (1988). All’interno del Palazzo è posto il grande mosaico di Gino Severini.

Sistema delle piazze
Un sistema di cinque piazze comunicanti, disegnato dagli architetti Franco Purini e Laura Thermes, di cui solo tre realizzate alla fine degli anni Ottanta. La prima piazza, con un ingresso monumentale, accoglie le “Tracce Antropomorfe” di Nanda Vigo (1978), realizzate con frammenti riportati dalla vecchia città. È delimitata inoltre da piramidi a gradoni.

Palazzo di Lorenzo
Il Palazzo di Lorenzo, progettato dall’architetto Francesco Venezia nel 1981, nasce come Museo. L’edificio si sviluppa attorno ad una parte della facciata di Palazzo di Lorenzo, sopravvissuta al terremoto e qui trasportata e ricostruita, inglobata su uno dei lati lunghi del cortile interno; da qui una rampa, che rievoca le strade in salita dell’antica città, conduce al piano superiore, costituito da un lungo corridoio.

Piazza Beuys
La piazza, realizzata nei primi anni Novanta da Pierluigi Nicolin, è dedicata all’artista tedesco Joseph Beuys, che a Gibellina soggiornò durante il Natale del 1981 pensando a un Sacro Bosco di trecento querce che sarebbe dovuto nascere sui loghi della ex-baraccopoli. Sulla piazza si affacciano due edifici progettati da Pietro Consagra, e unici esempi della sua “Città frontale”: il Meeting e il Teatro.

Teatro
L’edificio doveva diventare teatro, museo e biblioteca. L’imponente edificio costruito a cavallo del principale asse viario della città ha subìto negli anni varie modifiche che ne hanno snaturato la destinazione d’uso e la ripartizione degli spazi interni. Malgrado la sua condizione di “incompiuto”, incarna e rende pienamente leggibili i principi della “Città frontale”. Da scultore, Pietro Consagra ha ideato un edificio con piani curvi e continui, senza angoli retti.

Chiesa Madre
Con la sua natura monumentale e civile la Chiesa, progettata da Ludovico Quaroni e Luisa Aversa
nel 1972 e completata nel 2010, è una delle architetture più imponenti e affascinanti della città. È composta da un parallelepipedo cui si innesta in uno dei vertici, una sfera-abside bianca alta 16 metri.

Meeting
Il Meeting, progettato da Pietro Consagra nel 1976 e ultimato nel 1983, è il primo edificio realizzato della teorizzata “Città frontale”. É un edificio caratterizzato da sinuose curve le cui facciate sono costellate da vetri di forme oblique. Oggi ospita una galleria d’arte e un bar.
Giardino Segreto 2
Il Giardino Segreto 2 è un’opera architettonica di Francesco Venezia, realizzata nel 1992. Uno spazio quadrangolare senza copertura e accessibile da due strette fessure. All’interno “Renaissance”, scultura di Daniel Spoerri, e la “Città del Sole” di Mimmo Rotella.
A breve sarà lanciato il programma delle tre giornate di apertura.

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Archeologia dello sguardo di Rossella Leone
> Palermo > Palazzo Riso Polo Museale regionale d’Arte Moderna e Contemporanea > dal 1 giugno al 11 settembre 2019

archeologia-dello-sguardo-rossella-leone

L’esposizione, a cura di Bruno Corà, propone un’articolata selezione di opere di Rossella Leone che spaziano dal registro visivo a quello sonoro, in sintonia con una “partitura” nella quale convergono le riflessioni sviluppate dall’artista negli ultimi decenni, sia sul piano etico che estetico, sia formale che tematico. L’artista, dalla seconda metà degli anni ottanta, si è distinta per il suo originale uso della carta autonomamente fabbricata, dallo stato informe di polpa al foglio: carta che non è più soltanto supporto, ma vero e proprio materiale pittorico, plasmabile al limite del bassorilievo e della scultura.

Nucleo concettuale della mostra è la riflessione sulla deriva e sulla perdita dell’uomo contemporaneo come individuo e come società, a scapito della natura, dell’ambiente e della sua stessa crescita intellettuale e sentimentale.

In linea con quanto afferma Maurice Merleau Ponty I nostri occhi vedono più di quello che realmente vediamo, le opere di Leone scavano nel passato più remoto per sviluppare il continuo rapporto con il presente. Allusioni e tematiche che non raccontano il mito ma che, al contrario, lo trasformano in suo specifico linguaggio, attraverso l’uso innovativo di tecniche e materiali, dalla sua carta alla pietra, dalle resine all’acciaio e al vetro. Per comprendere appieno il complesso lavoro dell’ artista, bisogna spingersi oltre le tradizionali categorie estetiche, in un dualismo tra passato e presente.

In mostra i diversi cicli sviluppati dall’artista, dalle grandi pitture introspettive sul tema della deliberata “Caduta” alle “Partiture afone”, dai “Talami” ai grandi “Muri” e ai “Canopi urbani”, dalle laceranti e “seducenti” lesioni vive”, fino alle opere più recenti come l’installazione Living che affronta il tema dell’assuefazione alla violenza e all’orrore che fanno ormai parte del nostro quotidiano, fino a stravolgere persino il nostro stesso concetto di bellezza.

Se nelle partiture afone, in carta o marmo, le vibrazioni chiaroscurali erano assimilabili a partiture di sonore musicalità affidate all’intima percezione visiva del fruitore (non di rado tradotte in musica da compositori quali Tierry Bongart Lebbé, Paolo Aralla), in questa occasione l’artista propone sue spazializzazioni e partiture sonore derivate dal lunghissimo ascolto del canto delle misteriose cicale, confluito nella performance musicale Che non sia l’ultimo canto!. Appassionata invocazione tesa a sviluppare una più partecipata lotta per fermare il disastro ambientale e climatico ormai paurosamente in atto, che Rossella Leone ha voluto estendere al violoncello di Kristi Curb e al violino di Salvo Greco.

Ecuba e Fedra, opere del ciclo dei Talami che alludono al mito, affondano nel “travagliato” femminile di sempre, oggi più che mai drammaticamente attuale.

Il lavoro sviluppato negli anni da Rossella Leone, in sintonia con le tematiche affrontate e il suo personale linguaggio espressivo, delinea una vera e propria estetica dell’orrore che nutre e forgia quotidianamente il nostro sguardo e i nostri sensi tutti, fino a insinuarsi morbosamente nel nostro cervello.

 Ercole che uccide l’amazzone dell’omonima metopa selinuntina del Museo Archeologico Salinas di Palermo – riprodotta in serie come giocoso e variegato elegante souvenir, si impone difatti, nell’installazione Living, contraltando con le drammatiche immagini degli orrori che ci hanno sconvolto negli ultimi decenni che abbiamo già dimenticate: la strage dei bambini nella scuola di Beslan, l’uomo che cade buttandosi dalle Torri gemelle, le terroriste del Teatro Dubrovka, l’ intensa solitudine di Cesare Garboli nella foto di spalle in bn a piena pagina che ne annuncia la morte,  ….. Immagini che Rossella Leone ha trasformato in decoro del futon e dei cuscini sui quali adagiarsi e soggetto dei variopinti souvenir con Ercole che blandisce l’amazzone Ippolita, espostii come trofei di una collezione privata.

In catalogo,  testi del curatore Bruno Corà, Salvatore Silvano Nigro e Franco Rella.

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SAGOME ALLA RIBALTA di Francesco Impellizzeri
> Erice > Polo Museale A. Cordici > dal 29 luglio al 31 agosto 2019

ERICE ARAZZI
Sette Tappeti/Arazzi, di cui uno della collezione del Museo delle Trame del Mediterraneo di Gibellina, sono evidenziati da luci colorate e rappresentano alcuni personaggi delle performances realizzate nel corso del percorso trentennale dell’artista e saranno i protagonisti di questo evento spettacolare anche attraverso le musiche e canzoni eseguite nel corso delle sue esposizioni

Dopo “Souvenir” che si è aperta lo scorso 27 giugno al Museo delle Trame del Mediterraneo di Gibellina questa mostra segna la seconda tappa di un ciclo di eventi espositivi che vedono Impellizzeri confrontarsi con il territorio d’origine e si chiuderà con “Un Bel Ricordo è già Ritorno” al Museo San Rocco di Trapani il 28 settembre prossimo.
“La memoria cesella i desideri fino a portarli a compimento grazie al supporto di un buono spirito creativo. I decenni trascorsi a Erice, durante le lunghe vacanze estive, hanno regalato alla mia infanzia spazi pieni di letteratura e storia e all’adolescenza momenti di riflessione e grandi amicizie.
La bellezza che avvolge questo luogo pervade tutto e si evidenzia anche nei manufatti artistici realizzati da suoi abitanti: ceramiche e tappeti in particolare.
Nel 2005 il senatore Ludovico Corrao mi chiese se avevo mai prodotto qualcosa con riferimento alle tradizioni siciliane.
Rivelai il mio antico desiderio di realizzare dei tappeti/arazzi raffiguranti i personaggi delle mie performance utilizzando la manifattura ericina.
Supportato dall’entusiasmo del senatore ho messo in cantiere il progetto e sviluppato su carta quadrettata tutti gli arazzi nella misura stabilita. Provai a proporli ai pochi ericini che creavano ancora quei meravigliosi intrecci colorati, ma per loro tessere una figura era troppo distante dalle usuali geometrie. Non avrei mai immaginato che, tornando a Roma, avrei conosciuto una discendente di Duilio Gambellotti, la cui madre aveva realizzato arazzi per alcuni futuristi, tra cui Giacomo Balla.
Nei progetti artistici deve sempre scoccare il dardo: con la collaborazione di un’altra signora, anche lei munita di un bel bagaglio artistico, sono nate le Sagome alla Ribalta. Questi personaggi, creati in occasione delle mie esposizioni, sono nati per raccontare con un punto di vista critico e spettacolare il mondo dell’arte contemporanea, del costume o della politica: li ho retroilluminati con i colori di questi stereotipi, evidenziandone la silhouette, e incorniciati dalla tipica geometria ericina. Adesso possono mostrarsi e cantare, con il gioco e l’ironia che li contraddistingue, nel luogo in cui desideravano essere ospitati.” Francesco Impellizzeri
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Soggetto nomade. Identità femminile attraverso gli scatti di cinque fotografe italiane. 1965-1985
> Centro Internazionale di Fotografia > Palermo > dal 22 giugno al 22 settembre 2019

Soggetto nomade
Soggetto nomade raccoglie per la prima volta in una mostra gli scatti di cinque fotografe italiane realizzati tra la metà degli anni Sessanta e gli anni Ottanta, restituendo da angolazioni diverse il modo in cui la soggettività femminile è vissuta, rappresentata, interpretata in un periodo di grande cambiamento sociale per l’Italia.

Anni di transizione dalla radicalità politica all’edonismo, anni di piombo ma anche anni di grande partecipazione e conquiste civili, dovute principalmente proprio alle donne, e alle battaglie femministe.

Una riflessione sull’identità e sulla sua rappresentazione che prende le mosse dagli straordinari ritratti dei travestiti di Genova di Lisetta Carmi (Genova, 1924), dove la femminilità è un’aspirazione, e si declina attraverso le immagini di attrici, scrittrici e artiste di Elisabetta Catalano (Roma, 1941-2015), gli scatti sul movimento femminista di Paola Agosti (Torino, 1947), le donne e le bambine di una Sicilia sfigurata dalla mafia di Letizia Battaglia (Palermo, 1935) e infine gli uomini che per un giorno assumono l’identità femminile nel carnevale di piccoli centri della Campania esplorati da Marialba Russo (Napoli, 1947).

In Italia il pieno accesso di fotoreporter, fotografe e artiste all’interno del sistema dell’arte e del foto-giornalismo ha avuto inizio a partire dagli anni Sessanta, in concomitanza con i cambiamenti socio-politici e con le molteplici istanze sollevate dal femminismo. Pur appartenenti a generazioni diverse ognuna delle fotografe in mostra si è confrontata con le trasformazioni sociali in atto nella società italiana, originando riflessioni personalissime sull’immagine della donna e più propriamente dell’identità femminile e sui suoi sconfinamenti, sul senso dell’alterità attraverso una sensibilità che ha fatto proprio il pensiero della differenza.

Il medium fotografico diviene in questi anni strumento per eccellenza per rappresentare una nuova centralità attribuibile al corpo della donna e alle sue trasformazioni, alle esperienze personali e ai vissuti familiari, al rapporto tra memoria privata e storia collettiva. Le immagini in mostra condividono la rappresentazione di un vasto e non canonico universo femminile inteso in senso ampio, dove il corpo non è solo oggetto dello sguardo esterno, prevalentemente maschile, ma diviene soggetto agente, veicolo con cui esprimere valori altri, non standardizzati o eteronormati.

L’immagine del femminile è quindi al centro della mostra, un’immagine che viene amplificata, esposta e destrutturata, facendosi ora veicolo di valori non borghesi, ora rappresentazione vivida di un’interiorità che riesce a scardinare gli stereotipi.

In mostra una selezione di oltre cento scatti a documentare un periodo di circa vent’anni: una testimonianza dell’emergere di nuove e plurali urgenze espressive, che pur non assimilabili ad uno “specifico femminile”, offrono uno sguardo delle donne sulle donne e sulla loro identità.

Il titolo della mostra si riferisce alla seminale raccolta di saggi di Rosi Braidotti Soggetto nomade. Femminismo e crisi della modernità (Donzelli, Roma 1995) in cui la filosofa tratteggia una nuova soggettività sessuata e molteplice, multiculturale e stratificata, come quella rappresentata negli scatti delle fotografe presentate in mostra.

La mostra, prodotta dal Centro Pecci e curata da Cristiana Perrella e Elena Magini, dal 22 giugno al 22 settembre 2019 sarà visitabile presso il Centro Internazionale di fotografia di Palermo, diretto da Letizia Battaglia.

 

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Ciclopica. Da Rodin a Giacometti
> Siracusa > ex Convento di San Francesco d’Assisi > dal 27 Marzo Al 30 Ottobre 2019

ciclopica

La mostra “Ciclopica: la grande scultura internazionale Da Rodin a Giacometti”, a cura di Vincenzo Sanfo, è una grande panoramica sul concetto di scultura, attraverso quasi due secoli. Infatti, partendo dalla fine dell’800 si arriva sino ai nostri giorni.

La partenza del percorso espositivo offre didatticamente, come anticipazione, le direzioni della scultura universale, con tre esempi che racchiudono le linee del percorso, il quale inizia con una testa di Buddha in pietra, del XVI secolo proveniente dalla Cina, una scultura ellenistica e un gruppo di antiche sculture africane utilizzate per maschere rituali. Questo, a simboleggiare le tre direzioni della cultura internazionale cioè Africa, Asia ed Europa e come segnale delle fonti di ispirazione della scultura internazionale.

Oltre però ad un percorso di tipo geografico, con artisti provenienti da ogni parte del mondo, dagli Stati Uniti alla Cina, dal sud est asiatico all’Africa e dall’Europa al Canada e al Sud America, la mostra, ha tra le sue peculiarità, anche quello di rappresentare la varietà dei materiali utilizzati dagli artisti. Infatti, oltre ai tradizionali materiali, quali il Marmo e il Bronzo, vi saranno materiali inconsueti, come ad esempio la carta, la terracotta, il poliuretano, la plastica, la vetroresina e molti altri materiali, a significare la ricchezza dell’ispirazione artistica dell’arte contemporanea e delle innumerevoli possibilità che oggi sono offerte agli artisti del nostro tempo.

A questi aspetti didattici, si aggiunge l’elenco dei maestri presenti in mostra che è lunghissimo e comprende quasi tutti i grandi da Rodin, qui presente con un bozzetto dei “Borghesi di Calais”, proveniente dai musei francesi, sino a due straordinari capolavori di Alberto Giacometti, passando per Marino Marini, Mimmo Paladino, Arman, Pablo Picasso, Asger Jorn, Luigi Mainolfi, Henry Moore e molti, molti altri.

Sino ad opere di artisti, ingiustamente, caduti nell’oblio, come il capolavoro di Mario Giansone, scultore poco noto al grande pubblico, ma che vantava tra i suoi affezionati collezionisti, personalità come Umberto e Gianni Agnelli, che arredarono il palazzo della SAI con le sue opere. Personaggio singolare, rifiutò l’invito alla Biennale di Venezia e la donazione di una sua opera a Peggy Guggenheim, che lo desiderava in collezione. A Siracusa sarà presente con un’opera capolavoro come “La Pietra dell’Amore”.

ARTISTI

Alberti Achille, Arienti Stefano, Arman, Arpesani Lina, Baj Enrico, Bergomi Giuseppe, Bertelli Renato, Bodini Floriano, Borghi Paolo, Cappello Carmelo, Capucci Roberto, Cascella Andrea, Ceroli Mario, Chen Wen Ling, Chia Sandro, Ciulla Girolamo, Colombara Pier Giorgio, Consagra Pietro, Cordero Riccardo, Cuschera Salvatore, D’Angelo Ferruccio, Delle Monache Paolo, Fazzini Pericle, Galliani Michelangelo, Garelli Franco, Giacometti Alberto, Giansone Mario, Gilardi Piero, Gribaudo Ezio, Guarienti Carlo, Guerresi Patrizia, Guerriero Alessandro e Biagetti Alberto, Jorn Asger, Leiva Nicolas, Liu Ruo Wang, Lodola Marco, Ma Han, Ma Yuan, Mainolfi Luigi, Man Ray, Manzù Giacomo, Maraniello Giuseppe, Marín Javier, Marini Marino, Martini Arturo, Mascherini Marcello, Mastroianni Umberto, Mc Elcheran William, Messina Francesco, Milani Umberto, Mitoraj Igor, Molaro Gianni, Moore Henry, Nagatani Kyoji, Okuyama Yoshio, Paladino Mimmo, Park Eun Sun, Pepper Beverly, Perez Augusto, Picasso Pablo, Pisani Vettor, Plumcake, Politano Franco, Pomodoro Arnaldo, Rabarama, Rodin Auguste, Romano Paola, Rotelli Marco Nereo, Santinello Anna, Sassu Aligi, Sebastián, Song Yong Ping, Spagnulo Giuseppe, Theimer Ivan, Ugo Antonio, Vangi Giuliano, Vélez Gustavo, Xu De Qi, Yishan, Zhang Hong Mei.

INFO

Ragusa Foto Festival 2019
> Ragusa > dal 26 luglio al 25 agosto 2019

ragusa festival Dal 26 luglio al 25 agosto 2019  in Sicilia, nella cornice barocca di Ragusa Ibla, patrimonio Unesco, si tiene la VIII edizione di Ragusa Foto Festival. Dal 2012, il Festival costituisce un’occasione di approfondimento e di scambio dedicato alla fotografia contemporanea, con particolare attenzione ai giovani talenti, e alla promozione culturale della Sicilia iblea.

Il rapporto tra la fotografia e la famiglia è stato sempre strettissimo. Quest’anno Ragusa Foto Festival ha deciso di focalizzare l’attenzione su questa relazione. La fotografia è stata il mezzo più “democratico” che ha saputo declinare la storia della famiglia, raccontando dei suoi molteplici aspetti e dei suoi cambiamenti nel modo di intenderla nella società. C’è un approccio antico e profondo dal quale si possono condurre vere e proprie analisi antropologiche e psicologiche sui diversi percorsi della storia della famiglia. Fonte preziosa per leggerne evoluzioni e trasformazioni e dal quale si potrebbe ripartire perché in grado di rappresentare i nuovi significati rielaborati dentro i diversi schemi culturali.
La scelta degli autori in mostra è partita dal criterio di rappresentare la moltitudine di sfumature della definizione di famiglia, cercando di dare importanza ad aspetti che di solito trovano poco spazio nel dibattito. Ragusa Foto Festival, raccontando le persone e le loro storie, propone una visione che può diventare un’opportunità di confronto sia dal punto di vista fotografico e sia per offrire ulteriori riflessioni ai giovani e al pubblico che frequentano il festival, sul ruolo strategico della prima cellula del tessuto sociale nel percorso di formazione sociale, umana e culturale delle giovani generazioni.

MOSTRE Allestite in siti storici di Ragusa Ibla, Palazzo Cosentini, Palazzo La Rocca e Auditorium San Vincenzo Ferreri
PERSONALI
• ‘Visioni di Famiglia’ di Ferdinando Scianna, fotografo MAGNUM: proiezione di oltre 100 immagini in bianco e nero dal suo archivio personale che raccolgono quello che l’autore ha immortalato sul tema, nell’arco dei quarant’anni della sua straordinaria carriera.
Ad introdurre i suoi scatti, scelte in esclusiva per Ragusa Foto Festival, un docufilm dedicatogli dal titolo “Istanti di cose in gioco” realizzato da Sonja Riva e Gioconda Donato, musiche di Mons, prodotto dalla Radiotelevisione svizzera (RSI) per il suo magazine culturale online Cult+.
• ‘The Middle of Somewhere’ di Sam Harris, fotografo inglese noto al pubblico internazionale, che riporta da un angolo del mondo, il sud-ovest dell’Australia, la voce dell’infanzia incontaminata delle figlie. Il progetto ha ricevuto consensi internazionali tra cui il premio australiano Photobook of the Year – Peoples Choice, Australia; Lucie Award e dell’AIPP Book of the Year di Los Angeles; ed è stato nominato finalista per i POYi Awards, Columbia, e Les Rencontres d’Arles Book Award, Francia.
• ‘Handle Like Eggs’ di David Chancellor legato alla sua famiglia, alla modernità, alle distanze che sempre più ci separano. Chancellor è un artista inglese pluripremiato che vive in Sud Africa e lavora per importanti testate dedicate alla natura, a chi la popola e a chi la minaccia.
• ‘Hidden Identities’ di Yvonne De Rosa, fotografa e fondatrice di Magazzini Fotografici di Napoli, ha documentato per conto dell’associazione internazionale Hope and Homes for Children, le storie familiari più nascoste tra Romania e Bosnia-Erzegovina.
• ‘The Hereditary State’ di Daniel W. Coburn (Usa) fotografo e docente di fotografia presso l’Università del Kansas. Negli ultimi dieci anni ha fotografato per esaminare l’album di famiglia come parte di un’infrastruttura visiva che supporta l’ideologia del sogno americano. Le sue immagini sono conservate nelle collezioni dei più importanti musei americani tra cui tra cui il Museum of Contemporary Photography, Marianna Kistler Beach Museum of Art e l’Università del New Mexico Art Museum.
• ‘Memymom’ di Lisa De Boeck & Marilène Coolens, madre e figlia belghe, da anni dialogano assieme attraverso l’arte.
• ‘What Where’ di Julia Kater (Brasile), artista e pedagoga che lavora sulla decostruzione dell’immagine per riflettere sul nostro modo di intendere e percepire le immagini.

COLLETTIVE
• ‘Lessico Familiare’, collettiva realizzata in collaborazione con Urbanautica Institute, piattaforma internazionale di fotografia, attraverso una CALL che ha permesso di selezionare i lavori di 19 autori che creano un percorso esplorativo sulla pluralità di definizioni di famiglia:
1. ‘Die Zeit’ di Angelo Anzalone (Italia)
2. ‘Per te, per ricordarti spesso’ di Claudia Corrent (Italia)
3. ‘Stato di famiglie’ di Alessandra Dragoni (Italia)
4. ‘Indefinito Spazio’ di Nicola Di Giorgio (Italia)
5. ‘Mother of Choice’ di Loulou d’Aki (Svezia)
6. ‘Do ut Des’ di Paola Fiorini (Italia)
7. ‘Berocoan’ di Raquel Bravo Iglesias (Spagna)
8. ‘My sweet little phenotype’ di Mascha Joustra (Olanda)
9. ‘Delivering Flowers to Grandpa Jack’ di Kovi Konowiecki (Stati Uniti)
10. ‘Je ne veux plus vous voir (mais c’est provisoire)’ di Laura Lafon (Francia)
11. ‘Le case Olivetti di Ivrea’ di Paolo Mazzo (Italia)
12. ‘Je rest avev vous’ di Lorena Morin (Spagna)
13. ‘für mich’ di Sina Niemeyer (Germania)
14. ‘Once When We Were Happy’ di Misha Pipercic (Bosnia)
15. ‘Someday I’ll Find the Sun’ di John David Richardson (Stati Uniti)
16. ‘Sugar for my cup of coffee’ di Enrico Sisti (Italia)
17. ‘it flies, invisible’ di Merve Terzi (Turchia)
18. ‘Love You More’ di Emily Wiethorn (Stati Uniti).
19. ‘Sereno’ di Fulvia Bernacca, omaggio

• ‘Spaesamento digitale’ progetto collettivo di ricognizione sulle geografie possibili del linguaggio visuale per ragionare sull’impiego macroscopico delle immagini e i conseguenti impatti nella società, composto da:
1. ‘Resurrection’ di Andrea Buzzichelli (Italia)
2. ‘Fail’ di Stefano Parrini (Italia)
3. ‘The Era of Beyond Truth’ di Giovanni Presutti (Italia)
4. ‘Search Engine Vision Christ’ di Eric Souther (Stati Uniti).

INFO

Il kouros ritrovato
> Catania > Museo Civico di Castello Ursino > dal 8 giugno al 3 novembre 2019

Il kouros ritrovato

Dall’8 giugno il torso del kouros di Lentini e la Testa Biscari, finalmente assemblati, sono in mostra a Catania nelle prestigiose sale del Museo Civico di Castello Ursino, seconda tappa dell’esposizione dopo l’inaugurazione palermitana.
L’iniziativa è promossa da Regione Siciliana, Comune di Catania – Assessorato alle attività e beni culturali, Fondazione Sicilia, in collaborazione con Associazione LapiS, Siqilliya srl. L’organizzazione e la promozione sono state affidate a Civita Sicilia.
La “Testa apollinea” rinvenuta nel Settecento da Ignazio Paternò Castello principe di Biscari e conservata oggi nel Museo di Castello Ursino, si ricongiunge con il torso di efebo acefalo acquisito nel 1904 da Paolo Orsi e conservato nel Museo Archeologico Regionale di Siracusa che porta il suo nome.
Il Kouros, statua greca con funzione funeraria o votiva, raffigurante un giovane, era molto diffusa nel periodo arcaico e classico, tra il VII e il V secolo a.C.
Una nuova opera si aggiunge così alla statuaria della Sicilia greca: il Kouros di Leontinoi.
L’idea lanciata dal critico d’arte Vittorio Sgarbi e dal Sindaco di Catania, si è concretizzata grazie all’impegno dell’ex Assessore ai Beni Culturali della Regione Sebastiano Tusa che, con la Fondazione Sicilia, ne ha promosso l’intervento di restauro eseguito dalla ditta Siqilliya, presentandolo per la prima volta a Palermo nella Sala della Cavallerizza di Palazzo Branciforte.
La seconda tappa espositiva del progetto, appositamente ideata da Civita Sicilia per la sede di Castello Ursino, prevede un arricchimento e una rilettura del kouros attraverso un allestimento dalle forti suggestioni e soluzioni illuminotecniche originali.
Il progetto di valorizzazione del Kouros, curato da Sebastiano Tusa prima della prematura scomparsa, ha mirato a restituirne l’integrità, risolvendo la querelle che da anni impegna la comunità scientifica in supposizioni e ipotesi sull’effettiva pertinenza dei due reperti a unica statua di età arcaica.
Imprescindibile presupposto per l’iniziativa di ricongiungimento sono state le indagini petrografiche e geochimiche promosse dall’Associazione LapiS (Lapidei Siciliani) già nel 2011, grazie alle quali si può affermare che entrambi gli elementi sono stati ricavati da uno stesso blocco di marmo, prelevato nell’isola greca di Paros.
Dopo l’esposizione di Palermo e Catania, l’opera, seguendo il filo della ricerca di Sebastiano Tusa che considerava il ricongiungimento un vero e proprio nuovo ritrovamento archeologico, continuerà a essere concepita come una realtà unitaria, non più come due distinti reperti conservati in musei diversi.
Il kouros ritrovato sarà successivamente trasferito al Museo archeologico Paolo Orsi di Siracusa, dove un convegno internazionale concluderà l’evento.

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